venerdì 31 dicembre 2010

2011

Buon anno nuovo!


새해 복 많이 받으세요!


新年快乐!


mercoledì 24 novembre 2010

Paura lungo il 38esimo parallelo

La Corea del Nord ha attaccato la Corea del Sud. Secondo la versione di Pyongyang, è stata una motivata reazione a colpi sparati dalla marina sudcoreana durante un'esercitazione di rito che si svolgeva nelle acque in prossimità del 38esimo parallelo, la linea che divide le due Coree. Colpi che sarebbero stati esplosi in direzione nord, ossia verso le acque ed i territori nordcoreani. Tesi confutata da Seoul, che parla invece di un attacco vero e proprio. Centinaia di colpi di artiglieria hanno colpito l'isola di Yeonpyong, nel mar Giallo, ad ovest dalla penisola coreana. A circa 80 chilometri dall'aeroporto di Incheon, e pochi di più dalla capitale Seoul. Per ora le vittime sono 4, due militari e due civili, mentre la popolazione dell'isola, circa 1500 persone, si è riversata prima nei rifugi e poi ha cominciato a lasciare le proprie case. La gente ha paura. Le armi nucleari di Pyongyang fanno paura. La situazione confusa nella leadership nordcoreana fa paura, ma allo stesso tempo questa confusione spiega in parte l'attacco, ed allo stesso tempo indebolisce l'ipotesi di una guerra.


A Pyongyang è in corso la successione al potere, che passerà dalle mani di Kim Jong-il a quelle del figlio. Che ha 28 anni, e nessuna esperienza di governo, nè tantomeno il carisma necessario. Dopo la famiglia Kim, e forse prima del Partito dei Lavoratori, stanno i generali nordcoreani. Non è escluso che anche tra loro stiano lottando per portare l'erede da una parte piuttosto che dall'altra. Quindi l'attacco potrebbe sembrare l'ennesima prova di forza per dimostrare che l'esercito è pronto, vigile e preparato. E che decide. Non è un caso che sia avvenuto proprio nei giorni in cui è a Beijing l'inviato statunitense per la questione coreana, Stephen Bosworth, arrivato in Asia proprio per riannodare i fili dei dialoghi sul nucleare nordcoreano. Un segnale anche a lui, dunque. Ma un segnale di cosa? Di forza bruta? Di potere? Di unità? Forse tutto, forse nulla di tutto questo. Non è facile capire. Forse una vendetta perchè Seoul nei giorni scorsi si è rifiutata di riaprire i flussi turistici con la Corea del Nord, attività che aiutava l'economia di Pyongyang? Peccato che in cambio abbia ottenuto che la Corea del Sud bloccasse immediatamente gli aiuti economici che aveva previsto per alcune zone alluvionate del Nord.


Non è da escludere nemmeno la volontà di vedere come reagirà la Cina, unico alleato della Corea del Nord: un'alleanza essenziale ma sempre più spinosa. Non è un caso che la risposta di Beijing sia stata, tra quella delle grandi potenze, la più cauta, un diplomatico "prima di giudicare dobbiamo accertare l'esatta dinamica". Sacrosanto come atteggiamento, ma forse nasconde un certo imbarazzo. O la necessità di muoversi con cautela e studiare al meglio la prossima mossa.


Non credo che Pyongyang voglia scatenare una guerra. Tempo fa lessi qualcosa riguardo alle potenziali dinamiche di una nuova guerra tra le Coree: Pyongyang ha certo la potenza di fuoco necessaria, ed un attacco su Seoul avrebbe conseguenze devastanti (l'arma atomica potrebbe essere usata). Ma la risposta immediata del Sud, degli Stati Uniti, probabilmente del Giappone, renderebbe la Corea del Nord terra bruciata in poco tempo. A che pro dunque scatenare una guerra? Per ottenere qualcosa in cambio, siano soldi o considerazione. La Corea del Nord si sente con le spalle protette: c'è la Cina a garantirne la sicurezza. Per questo Seoul può rispondere a male parole, ma difficilmente (salvo chiaramente ulteriori provocazioni, più gravi e sanguinose) potrà veramente reagire con la forza, come si augurano i falchi degli ambienti militari. Il domino che una risposta violenta provocherebbe si può solo immaginare: intervento americano, intervento cinese, intervento russo, europeo. E perchè no indiano, visto che è di questi giorni un nuovo contenzioso tra Cina ed India riguardo alla frontiera himalaiana.


Nel frattempo, resta la paura lungo il 38esimo parallelo.

venerdì 19 novembre 2010

Stesso Ponte, altra stagione

L'autunno pechinese è durato poco, l'inverno è arrivato senza troppi proclami o clamori. La ripetitivà dei gesti e dei tragitti quotidiani ha fatto si che quasi non mi accorgessi del cambiamento climatico. Complice una certa linearità solare, che mi ha presentato luminose e serene giornate in sequenza, senza nebbia o pioggia, ho realizzato solo pochi giorni fa che come conseguenza del cambio di stagione, sono cambiate anche le attività della Gang del Ponte: tralasciando che ora i membri sono impegnati a battere i denti per il freddo tanto quanto a combattere tra di loro per accaparrarsi ogni spicchio di sole che si insinua attraverso la ringhiera metallica, per alcuni dei membri più illustri il business è decisamente mutato.


Non ci sono più animali in vendita. E la cosa non stupisce: le tartarughe o i pesci rossi in questo momento starebbero immobilizzati in vasche di ghiaccio, ottimi come soprammobili eccentrici ma piuttosto inutili come animali di compagnia. A dire il vero tartarughe e pesci rossi non sono animali di compagnia, non più di compagnia di un nano da giardino, almeno. I conigli e gli scoiattoli inveci li vedremmo impegnati in massacri epici per sottrarre ai propri simili lo scalpo con cui coprirsi. Insomma, niente più animali, sostituiti da abbigliamento tecnico invernale come sciarpe, guanti, o i leggendari mutandoni di lana lunghi fino alle caviglie, vero must del pechinese nella stagione fredda. E poi, sorpresa, inedito smercio di attrezzatura ortopedica: fascie elastiche per caviglie e ginocchia, supporti per polsi e gomiti, pancere e altre amenità. Mentre guardavo estasiato e studiavo questa riconversione del business in base al naturale ciclo delle stagioni, mi sono accorto che alcune ginocchiere lasciavano intravedere, nel foro da cui solitamente sbuca la rotula per permettere il movimento naturale, un rivestimento interno di pelliccia. Non male, ho pensato, ti metti una ginocchiera e tieni al caldo tutta la zona grazie al pelo.


Poi ho avuto un flash, come nei film un serie di immagini a tutta velocità da contorni sfuocati: conigli gioiosi intenti a zompettare, scoiattoli birbanti, occasionali cagnolini col pelo appena spuntato.


Forse mi sono lasciato suggestionare, ma mi è pure sembrato che i venditori di animali, ora riciclatisi spacciatori di ginocchiere, fossere meglio pasciuti che in passato.


E quando ho sentito di striscio la signora che vende paccottiglia etnica dire che i suoi fermacapelli sono di vera tartaruga, sono stato tentato di crederle.

martedì 16 novembre 2010

Un'altra Olimpiade. Quella Asiatica.

A Guangzhou, nota anche come Canton, sono iniziati lo scorso 12 novembre i Giochi Asiatici, le Olimpiadi speciali del continente ad oriente (nostro, chiaramente) giunte alla loro sedicesima edizione. Non sorprende che un continente che ospita circa il 60% della popolaizone mondiale abbia le proprie Olimpiadi speciali, in particolare se tale continente ospita paesi dominanti o che domineranno il futuro. Non sorprende nemmeno che la Cina faccia manbassa di medaglie, ponendosi dopo alcuni giorni al primo posto nel medagliere, cosa di cui nessuno dubitava minimamente, tanto che la vera sfida sembra piuttosto quella per il secondo posto, per il quale sgomitano Corea del Sud e Giappone. Per le altre nazioni, briciole o poco più. Morale della favola: se alle Olimpiadi normali vieni frustrato dall' "occidente" che cede il passo nell'economia ma si tiene stretto lo sport, in quelle tue continentali vieni frustrato dai tuoi vicini del nord-est.



E' un'Olimpiade a tutti gli effetti, con incredibile cerimonia di inaugurazione, mascotte, rituali e crismi perfettamente rispettati. L'unica differenza con la sorella maggiore globale sta in alcune discipline, che compaiono solo in questa versione asiatica: non stupisce la presenza di sport tradizionali o comunque molto diffusi, come il Wushu (le arti marziali cinesi) o il Cricket (la vera fede sportiva del subcontinente indiano). Poi abbiamo il Kabaddi, che non riesco a capire come funzioni, ma mi sembra una mutazione asiatica di "strega comanda colore" (http://www.gz2010.cn/08/0821/19/4JT4BR9G0078007E.html), la gara della Barche Drago, la sezione "scacchi" che comprende quelli classici per noi con re e regina e altri due giochi asiatici di tessere chiamati Weiqi e Xiangqi. Ci sono poi il Golf, il Bowling, il Biliardo (tutti chiaramente non tipicamente asiatici, ma che raccontano una globalizzazione di sport a suo modo inedita) e la categoria a mio parere più bella: Dance Sport. Ossia, ballare Tango, Valzer, e molti altri stili sudamericani o classici europei. E qui si rimane stupefatti, perchè per la mia piccola esperienza gli asiatici non sono esattamente sciolti nel ballo; ed invece eccoli che ti smentiscono a passo di Chachacha od eseguendo un Tango degno della miglior Buenos Aires.

giovedì 4 novembre 2010

A passeggio a Xicheng

Quando l'inverno pechinese si affaccia al tracciato delle vecchie mura cittadine sostituite, in tempi passati di distruzioni simboliche e necessità pragmatiche, dall'attuale tangenziale nota come Secondo anello, è meglio sfruttare al meglio ogni residuo di bel tempo e di temperature vivibili. Lo scorso sabato quindi, complice un sole troppo invitante per stare in casa, ho deciso di concedermi una passeggiata vecchia maniera in qualche zona dove non ero mai stato. Tirando più o meno a caso mi sono diretto verso il Xichengqu (西城区 traduzione dozzinale: Distretto della città occidentale. Io vivo nel 东城区 Distretto della città orientale, quindi sono andato tra i nemici di un eventuale derby giocato a colpi di a dama cinese in un vicolo polveroso). Guidato più dal caso che da un serio piano di esplorazione urbana, ho percorso in direzione nord-sud l'asse viario di Xinjiekou, mentre alla mia destra scorrevano prima negozi di strumentali musicali, con l'occasionale suonatore improvvisato fuori dal negozio a dimostrare ai passanti la bontà degli strumenti in vendita all'interno; poi un'infinita serie di negozi di ferramenta, dal grande magazzino alla mini rivendita, passando per il vecchio negozio con gli scaffali in vetrina pieni di polvere e seghe. Ora so dove andare la prossima volta che il rubinetto del bagno sgocciola. Ossia dall'idraulico sotto casa.


Stanco di tubi di ghisa e tamburi, alla prima occasione ho bruscamente virato a sinistra, infilandomi casualmente in un hutong e percorrendolo per tutta la sua lunghezza in direzione ovest, avvicinandomi dunque sensibilmente all'Europa. Niente di speciale, quando sono arrivato alla fine ero quasi deluso, nessuna scena popolare, nessun incontro da ricordare, nessuna immagine iconica. Allora arrogante ho deciso di percorrere l'hutong successivo nella direzione opposta, forse l'avvicinarmi all'Europa non era stata una buona scelta. Quindi sono tornato ad oriente per un altro vicolo. Dopo un centinaio di metri da una vetrina davanti a me esce una ragazza in minigonna e canottiera per buttare via la spazzatura. Mi si accende una lampadina, e l'insegna sulla vetrina mi conferma nell'idea: parrucchiere speciale. La ragazza mi vede, mi ammicca, e quasi sussurrando mi dice “Massaggio?Massaggio?” e mima il gesto con le mani. Io sorrido tra il cortese e l'imbarazzato, vado dritto sentendo viva la delusione della ragazza per un cliente perso, e dopo pochi passi sento alla mia destra bussare. Ancora prima di girarmi so cosa vedrò: da dentro una vetrina di parrucchiere una ragazza, ben truccata e vestita da seduzione, mi fa cenno con la mano e mi invita ad entrare. Passo oltre, ma la scena si ripeterà ancora alcune volte. Questi parrucchieri “speciali” sono piuttosto normali a Beijing, ma resta comunque strano trovarli nelle zone centrali. Non se ne vedono più nelle zone battute dai turisti (quelli preferiscono andare, nel caso, nei centri massaggi veri e propri) ma appaiono ancora nei vicoli fuori mano, dove la polvere alzata dal vento che si infila nelle strette vie cala come un sipario sulla vita della pancia di Beijing. Ho passeggiato oltre, tornando verso occidente lungo l'ennesimo hutong, oltrepassando piccoli centri ricreativi dove gli anziani si trovano a giocare a domino o qualche altro gioco tradizionale cinese, e senza accorgermene sono arrivato alle spalle del Tempio della Pagoda Bianca (白塔寺 Baitasi). Splendida, la grande Pagoda Bianca che torreggia sui vicoli tutt'intorno, con le sue bandierine di preghiera buddhiste lasciate in balia del vento. Un gioiello che fa ombra alle case basse del vicinato, e sulla quale fanno oramai ombra i grattacieli di vetro della Financial Street che inizia subito a sud del Tempio. Così dopo la musica, il vizio, la preghiera ed i soldi sono potuto serenamente discendere nei meandri della metropolitana e tornare a casa soddisfatto.

sabato 9 ottobre 2010

Premio Nobel per la Pace a Liu Xiaobo

Nobel per la pace 2010 assegnato al dissidente cinese Liu Xiaobo, uno dei protagonisti del movimento studentesco del 1989 e della tragedia di Tian'anmen, da almeno 20 anni si batte per ottenere quei diritti umani essenziali, quelle libertà civili che Beijing dovrebbe oramai affiancare alle libertà economiche ed al riscoperto benessere (e se non benessere, almeno miglior livello di vita) di sempre più larghi strati della popolazione. E' in carcere dal 2008, dopo aver firmato insieme ad altri intellettuali e promotori dei diritti umani il documento Charta 08, in cui si chiedeva al governo cinese di tracciare una sorta di road map molto graduale per inserire nella società civile quelle libertà di espressione, coscienza, religione che ancora latitano.


Un'assegnazione molto significativa, bella e pericolosa. Idealista ma forse anche politica. Secondo il suo avvocato difensore, questo premio "incoreggerà sicuramente la società civile in Cina e la lotta per i diritti umani". Forse, ma di certo non tirerà fuori Liu dalla prigione, o almeno non credo. Magari verrò smentito. Mi ricorda quando nel 2008, poco prima delle Olimpiadi, tutto l'Occidente urlò e si strappò la camicia la il Tibet e per i diritti umani in Cina. In TIbet non è cambiata una virgola, ed i diritti umani in CIna sono dove erano prima. Però a quei tempi governi e cittadini del mondo si sentivano bene con loro stessi, avevano lottato per la democrazia in Cina. In compenso i dissidenti qui pagavano le conseguenze di un restringimento delle loro libertà come conseguenza proprio di battaglie finalizzate ad allargarle.



Un piccolo appunto: sembra che l'assegnazione del premio Nobel a Liu abbia causato un'improvvisa stretta della censura su internet e sui social network. Non è proprio così: Facebook, Youtube e compagnia sono bloccati da molto tempo, e sono comunque raggiungibili grazie a software appositi. Che se li conosciamo noi stranieri, li conoscono sicuramente anche i cinesi. Peccato che negli enormi internet point gli utenti non se ne preoccupino: sono troppo presi a giocare on-line o ad immaginarsi altri mondi virtuali per occuparsi di diritti umani. Ma nonostante questo qualcosa in Cina si muove, la società civile si trasforma, magari lentamente ma non è monolitica. Qualcosa è cambiato e cambia ancora, dalle associazioni per la protezione ambientale all'assistenza legale in casi controversi di abusi legali. Resta da vedere se l'assegnazione del nobelsarà uno stimolo, o più pericolosamente un ostacolo.


Infine Obama, che urla "Liberatelo!". A lui i cinesi potrebbero rispondere "E tu smobilita Guantanamo". Ma non lo faranno, non almeno ufficialmente. Tra l'altro, sono settimane che da Europa e Usa si sono levati cori di richiesta alla Cina affinchè si decida a rivalutare lo yuan, accusato di essere mantenuto artificialmente debole per poter facilitare le esportazioni. Gli Stati Uniti in particolare starebbero già decidendo di attuare dazi sulle importazioni di prodotti cinesi come contromossa all'uso politico della moneta cinese.


Quindi forse quello di Obama è stato un lapsus, in verità voleva dire "Rivalutatelo!"

venerdì 24 settembre 2010

In gita dalle parti di Shidu

Tempo di vacanze in Cina: il 22 era la Festa di Metà autunno, e la settimana prossima, il 1 Ottobre arriva la Festa della Repubblica. Bei giorni quelli di vacanza, in particolare quando stai a casa. La nostra scuola no, non ha fatto vacanza. siamo il contrario delle ambasciate: quelle stanno chiuse per tutte le vacanze, quelle del paese d'origine tanto quelle del paese in cui sono, mentre noi per bilanciare la loro oziosità staremo a casa solo venerdì Primo Ottobre. E quel giorno lo dovremmo comunque recuperare durante un weekend. China style.


Tempo di vacanze dunque, e la scuola ci ha portato in gita! Solo corpo docente e staff cinese, siamo partiti alle 8 di una domenica mattina di traffico inverecondo. Solo uscire dalla città e dalle sue infinite periferie è stato un percorso epico, con la campagna che appare inaspettata dopo l'ennesimo enorme compound e dopo un altro centro commerciale dalle insegne luminose. A metà tra sonno e chiacchiere studiavo il paesaggio quasi per nulla interessante fuori dal finestrino, chiedendomi perchè nessuno avesse ancora tirato fuori la chitarra e suonato Albachiara (in Cina non la si può suonare, o al massimo va riarrangiata con le parole dell'inno “L'oriente è rosso”. Un'alba chiara è roba da borghesi). Passato un ameno borgo la cui principale attività mi è sembrata essere il commercio di enormi pietre decorative, di tutte le forme e colori, l'autobus ha preso la strada dei monti. O meglio, i monti hanno cominciato a circondarci: non abbiamo percorso nessuna salita, era come se le alture spuntassero spontanee al nostro passaggio, con un meccanismo ben oliato. Formazioni rocciose prima rade circondate da campi e piccoli paesi brutti, poi sempre più fitte intervallate da canali, occasionali laghi e immancabili viadotti in costruzione a rovinare la potenziale immagine poetica. Laddove la strada ha cominciato a farsi più stretta e passare in mezzo a cime e gole, l'autista ha pensato di fare la sua guida più rapida, come preso da un raptus, deciso a percorrere gli ultimi chilometri al massimo della velocità, incurante della possibilità di scontri frontali e di soavi cadute in stagni non esattamente fragranti. Ma siamo arrivati sani e salvi nei pressi di uno specchio d'acqua piatto, lambito da una strada polverosa su cui facevano capolino alcuni hotel con le lenzuola stese a prendere aria sul ciglio della strada. Quindi a prendere polvere. Tutt'intorno una sorta di comprensorio turistico, vigilato da un enorme busto di Mao attorno al quale si aggiravano annoiati cavalli pronti per essere cavalcati da chi avesse voluto. Ma noi abbiamo voluto, o dovuto, provare l'ebrezza della navigazione sulle zattere di bambù. Forse il nostro team non aveva l'esperienza giusta, o forse la forza necessaria, ma dopo aver spinto le zattere per mezzo di lunghe canne di bambù per poche decine di metri abbiamo preferito goderci il panorama stando attenti a non accecarci a vicenda con i “remi” nell'ambito di complesse manovre di cambio posto. Il tempo nuvoloso non ha reso del tutto giustizia ad un panorama di alture, boschi a circondare lo specchio d'acqua.



Tornati sani e salvi a terra, sollevati dall'ansia di poter cadere nella mota che affiorava ad ogni colpo di bambù, abbiamo pranzato lungo la strada, cuocendoci i nostri spiedini e preparandoci la nostra frutta. Ad onor del vero, hanno fatto tutto le segretarie, della scuola, noi docenti eravamo troppo impegnati a difenderci dalle continue proposte di brindisi del capo supremo, che versava Tsingtao tiepida con la velocità di un maestro di kungfu. Nemmeno il tempo di digerire gli spiedini di pecora ed i wurstel appena mangiati, e siamo partiti per la seconda attività ludica della giornata, il temuto rafting. Temuto più che altro per la temperatura non esattamente calda della giornata, in quanto il sito era nella zona pianeggiante tra alcune alture, quindi altamente improbabile la presenza di salti e rapide. A meno che il percorso non si fosse snodato sottoterra, in misteriosi meandri popolati di spiriti dei boschi e dei fiumi scacciati dal progresso.


No, il percorso era decisamente in superficie, rilassante piuttosto che adrenalinico, se si esclude qualche colpo al coccige da parte di eventuali sassi affioranti. Ed insieme al canotto sull'acqua fredda sono scivolati via gli ultimi scorci della gita a Shidu. O almeno così pensavo mentre col sedere bagnato mi godevo la lieve corrente, maledicendo occasionalmente un sasso o un cinese che mi voleva schizzare.


Chiaramente mi sbagliavo, la gita è durata almeno altre tre ore, passate in autobus serrati in un inestricabile ingorgo che ci ha accolto all'ingresso della città e non ha mollato fino a quando siamo arrivati davanti a scuola. Solo dopo ho realizzato che quella per i cinesi era una domenica lavorativa, per recupero in anticipo delle vacanze in arrivo. Tutto regolare, dunque.

martedì 7 settembre 2010

La Gang del Ponte

 Tutti i giorni per andare al lavoro prendo il bus e scendo dopo qualche fermata. Allora solo un cavalcavia pedonale mi separa dall'edificio al quale sono diretto. A volte rischio di arrivare in ritardo perchè, per qualche motivo inspiegabile, sulle scale per salire mi ritrovo in coda alla fila degli anziani acciaccati, che percorrono un gradino ogni 5 minuti; e nel nervosismo di questo ingorgo umano devo anche curarmi di non scivolare su qualche sputo mucoso abbandonato da padrone incurante sui gradini, più piccolo e dunque più pericoloso della più classica buccia di banana. Poi sul ponte devo farmi strada tra gli acquirenti del piccolo centro commerciale informale, che viene allestito ogni giorno da quella che ho rinominato la Gang del Ponte. Questi intraprendenti commercianti stendono le loro mercanzie su di un lato, occupando metà dello spazio disponibile. Il resto viene impegnato da persone di ogni età e sesso che si fermano a guardare giocattoli, ninnoli di artigiano etnico, pellicole protettive per cellulari, occasionalmente vestiti. Ed animali. I commercianti sono sempre gli stessi, il che mi fa supporre l'esistenza di un inquietante racket delle postazioni sul ponte. Immagino il venditore di animali minacciare, tenendo uno scoiattolo per la coda ed agitandolo come una pelosa palla chiodata, chiunque provi a creare concorrenza. Dico il venditore di animali perchè lui ed alcuni colleghi sembrano essere i boss della situazione: hanno passato l'estate su quel ponte, sotto ombrelli che li hanno riparati sia dal sole cocente di agosto che dalle occasionali piogge estive, a mangiare cibo da scatole di polistirolo bianco e scolare birre, ingannando il tempo tra una vendita e l'altra con partite a poker o messaggi al cellulare apparentemente interminabili. Ed ogni giorno ho visto il piccolo zoo crescere: dai pesci rossi vicini al bollire in giornate da 40 gradi, alle disgraziate tartarughe che cercavano la fuga da vaschette di plastica in cui la densità di popolaizone era di molto maggiore a quella dei condomini di Hong Kong. Poi sono arrivate anguille, altri pesci, conigli bianchi oramai cotti e solo in attesa di una gettata di olive nere per essere mangiati. E gli scoiattoli, intrappolati in gabbie e intenti a correre su e giù per qui pochi centimetri quadrati, in cerca di un bosco dove rifugiarsi ma condannati ad arrampicarsi solo su quei listelli di ferro in una continua spirale di vana ricerca di spazi e nocciole. Scoiattoli marroni, neri, striati, ogni giorni mi viene voglia di comprarne uno per poi liberarlo nel parco più vicino. Ma sono convinto che il racket del ponte abbia i suoi sgherri in ogni parco della città, pronti a ricatturare quegli animali che qualcuno potrebbe voler liberare; e questo non farebbe che arricchire il loro commercio. Quindi ogni giorno passo oltre, e con un velo di tristezza mi dirigo alla discesa, sperando di non incontrare più il signore zoppo che un giorno ha reso la mia discesa più lunga dell'attraversata di un deserto.

lunedì 30 agosto 2010

Parallelismi anacronistici

Fastosi e maestosi monumenti del passato che torreggiano sia su nuove vie ben pavimentate ma anche su fondi stradali ancora sconnessi. Nuovi complessi industriali che si affiancano e cominciano a soffocare le costruzioni più vecchie, oppure ne prendono direttamente il posto. Poi la città che cede il posto alla campagna quasi senza accorgertene, ma per poco: sullo sfondo ancora nuove urbanizzazioni che fanno ombra a vicoli tagliati da strade in terra battuta. Nuovi complessi ancora in costruzione ancora disabitati, mentre sotto, al piano terra della città, la vita va avanti non sempre facile, anzi spesso nutrendosi di sotterfugi e piccola sopravvivenza quotidiana. I bambini che giocano nella polvere e nel fango ben diversi dai giovani che vanno a scuola in perfetto ordine e prendono buoni voti. Abitanti locali che ingannano i ricchi stranieri che vengono a visitare il grandioso patrimonio culturale indigeno. La campagna ferma a qualche decennio prima destinata a scomparire, anche se ancora non lo sa. I vecchi luoghi di ritrovo del popolo, le vecchie usanze che vengono a cozzare contro nuovi stili di vita e nuovi modi di essere nella città.


No, non è Beijing ai giorni nostri. E' il 1951 di Roma ripreso nel film "Guardie e Ladri", che ho fatto vedere oggi ai miei studenti. Quando nel vedere un vicolo romano polveroso con gli edifici sbrecciati e l'arte di arrangiarsi ben evidenziata, ho detto loro "Ecco un hutong di Roma". Loro hano riso, ed hanno anche fatto qualche commento spiritoso che chiaramente non ho capito. Avranno trovato divertente il paragone, e forse assurdo. Sono seriamente convinto che nessuno di loro abbia visitato un hutong pechinese, almeno non di quelli non recuperati e non restrutturati.

mercoledì 25 agosto 2010

Traffico alla cinese

In Italia ci si lamenta sempre della Salerno-Reggio Calabria come di un inferno di traffico e cantieri. Dalle mie parti, se la domenica pomeriggio impieghi più di un'ora per tornare dal Lido degli Estensi a Cento cominci a maledire chiunque ti capiti a tiro, convinto di essere al cetro di un dramma di dimensioni epocali. Bene, in Cina le autorità sono alle prese con un incolonnamento di 96 chilometri. 96 chilomentri di automobili, autobus ma soprattutto camion che avanzano alla discreta velocità di 3 chilometri al giorno. L'ingorgo è in corso da 10 giorni su una delle principali arterie che collega Beijing alla regione settentrionale della Mongolia Interna, e le autorità hanno serenamente dichiarato che saranno necessarie almeno ancora un paio di settimane per smaltire tutto. La causa? Il dirottamento del traffico da questa autostrada ad una vecchia strada minore per effettuare dei lavori di manutenzione. Risultato: un lunghissimo serpentone di mezzi in una strada che non può sopportarli, e la situazione peggiorata dai veicoli che si fermano per danni e non possono essere rimossi perchè semplicemente non c'è spazio!


Ma i cinesi hanno visto il lato positivo: si esalta la micro-economia che è immediatamente sorta lungo tutta la via crucis di camionisti ed automobilisti: i venditori della zona si sono attrezzati per rifornire gli autisti di cibo e viveri, allestendo lungo la strada punti vendita nonchè attività ricreative. E gli autisti invece si sono attrezzati in fretta per passare il tempo: stesi su coperte tra un mezzo e l'altro, improvvisano partite a carte o si scambiano sigarette. E lo faranno ancora per giorni, senza possibilità di tornare indietro o affrettare la cosa.


Dimenticavo, i nobili venditori di strada sembra abbiano già gonfiato i prezzi di acqua e viveri fondamentali di almeno 4 volte rispetto ai costi abituali. La nobile arte dell'economia e del libero mercato.