domenica 16 maggio 2010

Piccole soddisfazioni

Le mie gioie da blogger non sono molte. Ma non posso che provore un moto d'orgoglio quando scopro che chi cerca su yahoo.com la capitale kirghisa Biskek troverà come prima voce il mio blog. Spero che questo mi aiuti nelle mie relazioni con la piccola repubblica centro-asiatica, non si sa mai che al prossimo viaggio possa finire proprio lì.


Inoltre, come si può vedere nella colonna dei links qui a fianco, sono entrato nella classifica dei blog internazionali di Wikio, famoso motore di ricerca news compilato dagli utenti. Sono al centesimo posto, ma ho già lanciato l'attacco al mio più prossimo avversario.


Grazie ai lettori,


Cristiano Salvi

martedì 11 maggio 2010

Il figlio conteso di Brahma

Le dighe cinesi continuano a tenere banco. Dopo le tensioni tra Cina e Vietnam per la costruzione delle dighe nell'alto corso del Mekong, ora è il turno di India e Bangladesh, che hanno levato la voce nelle settimane scorse contro il progetto cinese di sbarramento del fiume






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Yarlung Tsangpo, presso la città tibetana di Zangmu. Nomi che suonano sconosciuti ai più, almeno in cinese. Ma se prendiamo il nome indiano, la storia cambia: lo Yarlung Tsangpo altri non è che il Brahmaputra. Il Figlio di Brahma (questa la traduzione in italiano; Brahma è il dio della creazione nel mondo induista) nasce sul monte Kailash in Tibet e scorre per quasi 3000 chilometri attraverso Cina, India nord-orientale e Bangladesh, dove confluisce nel Gange nei pressi del Golfo del Bengala. Quindi un fiume per tre nazioni. La costruzione della diga dovrebbe concludersi nel 2015, e le autorità cinesi hanno ripetutamente ribadito che il progetto è puramente idroelettrico. Ossia, non ha finalità di controllo delle acque; che vorrebbe poi dire ricatto quando si parla di un fiume che serve un bacino così ampio ed è alla base delle colture dell'area. Le stesse autorità indiane hanno affermato che il progetto così come è adesso non presenta minacce, l'importante, come ha ribadito il Ministro degli Affari Esteri indiano






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Somanahalli Malliah Krishna, è che la Cina non sia intenzionata a modificare la portata del fiume. 


Quello che angoscia maggiormente gli abitanti dell'oriente del subcontinente indiano non è però tanto la costruzione di una diga, ma l'evento porta alla mente una paura generalizzata e non del tutto infondata: quella di vedere il corso di uno dei propri fiumi sacri deviato per servire la sete d'acqua cinese. Un paese che classifica l'80% del proprio territorio come a rischio di desertificazione è alla continua ricerca di fonti di approvvigionamento. Si sta facendo strada in India e Bangladesh il timore che lo Yarlung Tsangpo sarà coinvolto nell'enorme progetto cinese denominato South-to-North Water Diversion Scheme, il cui fine ultimo, tramite la realizzazione di canali e deviazioni fluviali, è il dirottamento delle acque del sud verso il nord arido e in continua emergenza idrica, in particolare dopo il deliberato omicidio del Fiume Giallo. Una parte di questo progetto riguarderebbe appunto il corso di alcuni fiumi tibetani, il cui destino sarebbe quello di dissetare la Cina nord-orientale. Lasciando a bocca asciutta centinaia di milioni di cittadini indiani e bengalesi. La autorità cinese hanno smentito categoricamente la possibilità che il riassestamento idrico cinese possa essere applicato in maniera da interessare i paesi vicini, ma a Nuova Delhi sono in pochi e credere ciecamente alle parole provenienti da Beijing. 



Nell'immagine si vede il corso del Brahmaputra prima in Tibet in direzione ovest-est (quasi 1600 chilometri), poi una netta inversione ad U subito prima del suo ingresso in territorio indiano. E' nei pressi della curva che gli indiani temono che i cinesi possano tagliare il fiume per deviarne parte delle acque verso la Cina del nord.

venerdì 23 aprile 2010

L'abbraccio pericoloso al Vietnam

"Too close to China and lose the country. Too close to America and lose the party".


Ossia:


"Troppo vicino alla Cina, e perdi il paese. Troppo vicino agli Usa, e perdi il partito (comunista)".


Questo è il ritornello nelle strade del Vietnam in anni di complicato rapporto con gli ingombranti fratelli maggiori. Rapporti diplomatici che provano di tenersi in buoni rapporti con entrambe le potenze, ma anche diffidenze bipartisan. La paura che la Cina, come già successo nei secoli scorsi, possa rivendicare il Vietnam come suo legittimo possedimento, se non nella forma di un'invasione militare quanto in quella di un'invasione di basso profilo (commerciale, sociale, politica); paura che fa il paio con la diffidenza della recente buona disposizione degli Usa, sia per i ricordi della guerra che per la paura che una sempre maggiore influenza di Washington possa finire col mettere in discussione il Partito Comunista e lo stato socialista. Quindi avanti piano e con circospezione, facendo seguire ad ogni apertura da una parte una contro-apertura dall'altra, con la speranza di ricavare il meglio da questa posizione "a metà" ma con la paura di ritrovarsi ostaggio nei rapporti tra Beijing e Washington. Col rischio di perdere o il paese o il Partito, che nel contesto socialista vietnamita sono pressochè identificati.

lunedì 19 aprile 2010

Coree tra celebrazioni e minacce

Oggi 19 aprile la Corea del Sud celebra i 50 anni della rivolta contro le elezioni farsa del marzo 1960, in cui morirono centinaia di dimostranti. Il presidente Lee Myung-bak ha cleebrato l'evento con un discorso nel quale, tra gli altri argomenti, ha sottolineato la necessità di una politica che unisca e non finisca vittima di regionalismi e divisioni manichee. Non è un momento facile per il governo, che si trova ad affrontare la recente vicenda dell'affondamento di una nave da guerra che ha causato 38 morti: voci sempre più insistenti confermerebbero che l'affondamento sia stato causato da un preciso attacco della flotta nordcoreana. Il governo di Seoul starebbe seguendo una linea di estrema prudenza, conscio che una volta ammesso che sia stato un atto di guerra, la conseguenza naturale sarebbe un contrattacco. Che scatenerebbe una spirale destinata a compromettere la ripresa economica che il paese sta vivendo. Prudenza quindi nell'affrontare una situazione che comunque resta nebulosa sia nei suoi antefatti che nelle possibili conseguenze: perchè Pyongyang avrebbe volto un attacco così plateale e forte, e che comunque continua a smentire? Per vendicarsi delle schermaglie avvenute lo scorso novembre nelle stesse acque? O per celebrare (tra pochi intimi, visto che la propaganda non ne parla) in maniera più incisiva il compleanno del primo leader nordcoreano Kim Il-sung, lo scorso 15 aprile? O forse per attirare l'attenzione di un governo, quello sudcoreano, che sta volutamente ignorando le minacce del Nord e che con questa politica fa molto irritare Pyongyang?


Seoul non accusa direttamente, Pyongyang non ammette un atto per il quale paradossalmente non è accusata (non formalmente, almeno). Ora si attende la prossima mossa.

mercoledì 14 aprile 2010

Terremoto nel Qinghai

La Cina si è risvegliata oggi nel passato, indietro di quasi due anni esatti, da un terremoto all'altro. Ore 7.49, prefettura di Yushu nella regione nord-occidentale del Qinghai. Altopiano tibetano, 3000-4000 metri sul livello del mare, 7,1 gradi Richter di magnitudo sismica hanno colpito duro la città di Gyegu: nome tibetano, vittime inter-razziali, che sarebbero già 400 con oltre 10000 dispersi. L'85% degli edifici della città, che conta circa 100000 abitanti, crollati, e tra questi diverse scuole.


"Dobbiamo salvare gli studenti" ha dichiarato Kang Zifu, ufficiale presente sul luogo, all'agenzia cinese Xinhua. 5335 furono gli studenti vittime del terremoto del 2008, molti bambini o poco più. Intrappolati in scuole rivelatesi costruite più simili a castelli di carte che edifici in muratura. La tragedia nella tragedia fece scattare proteste e diede fuoco a polemiche sulla sicurezza e sull'operato di amministrazioni più interessate al proprio portafolgio che alla qualità delle costruzioni. Non sorprende dunque l'attenzione da subito riservata alle vittime più giovani: è cinico, ma la morte di un bambino infiamma molto di più l'animo di quella di un anziano, e la voce si alza più forte e più rapida in questi casi. Se di nuov si vedranno scuole crollate di fianco ad edifici in perfetta salute e magari meno recenti, qualcuno inizierà nuovamente a tremare.


La macchina del soccorso si è attivata da subito: ripristinati le comunicazioni radar all'aeroporto di Batang a 30 chilometri dall'epicentro, principale snodo per gli aerei carichi di personale, generi di soccorso e carburante. Sul luogo del terremoto sta inoltre per giungere il vice premier Hui Linagyu per coordinare le operazioni.


(foto Xinhua/Zhang Hongshuan)


domenica 11 aprile 2010

Biskek, Kirghizistan

Il Transit Center di Manas si trova fuori Biskek, la capitale del Kirghizistan, nel nord della piccola repubblica centro-asiatica. Fino all'anno scorso si chiamava più semplicemente Manas Air Base: con quel nome era più chiaro il suo utilizzo militare. Aperta nel 2001 come base di supporto per la guerra in Afghanistan, è ufficialmente una base di transito del personale statunitense da e verso Kabul.


A sud il Kirghizistan spartisce con i paesi vicini (quelli che uniscono il nome del ceppo etnico  a -stan) la valle Ferghana: qui nel 329 aC. Alessandro il Grande stabilì una presenza greca, che si sviluppò nei successivi regni greco-battriani. Da qui si dice che delegazioni greche partirono alla volta dell'attuale Xinjiang cinese, arrivando fino a Kashgar e Urumqi. Ed i cinesi arrivarono qui: la dinastia Han e quella Tang riportano memorie del luogo e degli scambi con i suoi abitanti. Nell'VIII secolo dC. arrivò l'Islam, e quasi mille anni dopo l'Impero Russo, e poi l'Unione Sovietica. Ed ogni passaggio ha lasciato le sue traccie, dai visi con tratti ellenici che si vedono sui reperti archeologici all'archeologia edilizia fatta di enormi piazze monumentali, caseggiati dallo spirito socialista ed occasionali statue di Lenin.


Questa valle dalla storia leggendaria è oggi nota per essere il fulcro dell'integralismo musulmano dell'Asia centrale. Chiaro che con la guerra al terrore iniziata nel 2001 la situazione non può che essersi scaldata: laddove transitava il cammello battriano ora si muovono militari e terroristi.


La recente "rivoluzione" della settimana scorsa ha interrotto il governo di Bakiyev, supportato dagli Stati Uniti, a favore di Roza Otunbayeva, ministro degli esteri prima della Rivoluzione dei Tulipani (che nel 2005 ha messo al potere Bakiyev) ma già nelle leve del potere al tempo dell'Urss. Forse non è un caso che la Russia sia stato il primo paese a riconoscere il nuovo governo uscito dai recenti fatti di piazza.  Tra l'altro in Kirghizistan c'è già una base militare russa, e nel 2009 i rispettivi presidenti avevano cominciato a discutere dell'apertura di una seconda installazione.


Il Kyrgyzstan confina con la Cina. Confina con il Xinjiang, la regione "calda" cinese per quanto riguarda l'Islam, più facilmente fomentabile del Tibet qualora si volesse frammentare il paese asiatico, come dimostrano i tumulti finiti nel sangue del 2009 ad Urumqi. Le voci che la base di Manas, oltre a servire la guerra in Afghanistan, fosse anche una roccaforte dei servizi segreti dello Zio Sam impegnati a tenere sott'occhio la Cina, circolano da tempo. Potenziali terroristi si muovono lungo un confine dove Beijing ha piazzato impianti missilistici.


Chissà se i 3,3 milioni di kirghisi sanno di vivere in prossimità di una faglia sismica geopolitica della cui stabilità non è possibile essere certi.



 

domenica 28 marzo 2010

Chi si specchia nel Mekong








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Il 1 gennaio 2010 è entrato in vigore il Trattato di libero scambio (FTA) tra Cina e paesi ASEAN, l’organizzazione dei paesi del sud-est asiatico. Immediato aumento degli scambi economici e commerciali, un apparente guadagno per entrambi. Rafforzamento dei rapporti tra Cina e questi paesi nonostante le antiche rivalità (Cina e Vietnam ricordano ancora lo scontro ai tempi della guerra del Vietnam,  ma hanno anche problemi odierni riguardo ad acque contese del Mar Cinese Meridionale), ma anche nascita ed aumento di tensioni nuove (il Laos pur contento di aver un partner così grosso teme l'invasione cinese, non solo quella commerciale ma anche quella fisica, con conseguente rischio per la sovranità nazionale).


Facciamo un passo indietro al 1993, anno di inizio della costruzione cinese delle dighe sull'alto corso del Mekong. Oggi sono già 4 le mega dighe in funzione in territorio cinese, necessarie per alimentare le centrali idroelettriche vitali per Beijing.


Torniamo in tempi recenti, al 2008, funestato da alluvioni in Laos e Thailandia, per le quali i rispettivi governi puntarono il dito contro Beijing e le sue dighe.


Infine di nuovo nel 2010, in febbraio, quando l’Indocina è tornata al centro dell’attenzione a causa dell’allarme per la siccità del fiume Mekong nel suo basso corso, quello che appunto interessa le nazioni indocinesi. Il 26 febbraio la Mekong River Commission (MRC) di cui fanno parte rappresentanti di Cambogia, Laos, Thailandia e Vietnam ha dichiarato che il livello del Mekong è il più basso dal 1993. Il 3 marzo i rappresentanti della MRC riuniti a Luang Prabang in Laos hanno innalzato il livello dello scontro con la Cina inviando per la prima volta una lettera formale di protesta al governo cinese, le cui dighe sono ritenute responsabili degli scompensi avvenuti nella portata del Mekong. Beijing ha risposto senza esitazioni che il problema del Mekong è una siccità inaspettata e prolungata che ha già fatto parecchi danni nella province cinesi interessate dal corso del fiume, e non ha nulla a che vedere con l'attività delle proprie dighe: a riprova i dati portati dai cinesi, in base ai quali almeno 7 milioni di cittadini ed almeno 4 milioni di capi di bestiame starebbero soffrendo per la siccità in particolare nelle province dello Yunnan, Guangxi, Guizhou e Sichuan.


Un primo immediato effetto della grave situazione è immediatamente ricollegabile al Trattato: sul Mekong viaggiano i mercantili che trasportano le merci dalla città cinese di Jinghong alla città thailandese di Chiang Saen, da dove poi si immettono in tutta l'Indocina. Il traffico fluviale è stato interrotto, il trasporto dirottato sulla Route 3 che attraversa anche il Laos, intasando un'arteria non concepita per volumi grossi. Tra le conseguenze che interessano la vita degli abitanti, la disponibilità di acqua potabile e di acqua necessaria ad irrigare i campi durante la stagione secca sta calando drammaticamente. Tra le richieste dei governi della MRC (di cui va ricordato la Cina fa parte dal 1996 ma solo come partner dialogante, come anche Myanmar) fatte a Beijing c'è quella di rendere pubbliche le informazioni dettagliate riguardo alle proprie centrali idroelettriche, così da poter verificare quale sia il reale impatto che hanno sul corso inferiore del Mekong. Il fatto che Beijing consideri questi dati una questione di sicurezza nazionale e non voglia comunicarli non fa che accrescere nei paesi della MRC la sensazione che qualcosa venga tenuto nascosto.


 



 


E' in questo contesto che è avvenuta la visita di due giorni a Vientiane, capitale del Laos, di Kurt Campbell, assistente segretario di stato USA per l'Asia orientale. Campbell ha ribadito l'impegno degli Usa nei rapporti non solo con il Laos ma con tutti i paesi dell'area, non mancando di ricordare gli impegni presi nel 2009 quando gli Usa lanciarono un piano chiamato Lower Mekong Initiative insieme a Laos, Vietnam, Cambogia e Thailandia, che doveva promuovere la cooperazione nel campo della protezione ambientale, della salute, dell'educazione e delle infrastrutture. Prima del tour asiatico Campbell aveva avuto modo di affermare presso il Comitato per gli Affari Esteri che la regione Asia-Pacifico è di vitale importanza per gli Usa, facendo intuire che è ora di recuperare lo spazio perduto in anni di relativo disinteresse. Spazio che la Cina non ha tardato ad occupare. Il Laos ne è un esempio perfetto: dalla fine degli anni '90 la Cina è diventato il maggior partner commerciale di Vientiane, nonché il più grande fornitore di prestiti, investimenti esteri ed assistenza tecnica. Sempre rispettando la propria filosofia di non-interferenza negli affari interni del paese partner, che significa allo stesso tempo nessun interesse verso il tipo di governo o le eventuali malefatte che vengono commesse.


Per gli Stati Uniti è quindi venuto il tempo di dedicare più attenzione ai programmi di cooperazione, anche per conquistarsi il favore di una popolazione che in parte ritiene ancora le agenzie come la USAID (Us Agency for International Development) una copertura per la Cia, come spesso era durante la guerra del Vietnam. Già dal 2008 la collaborazione tra i due paesi non riguarda solo lo sviluppo o l'impegno a rimuovere gli ordigni inesplosi, ma anche la cooperazione militare: inviati a stelle e strisce insegnano inglese a professionalità ai militari laotiani tramite il programma IMET, International Military Education and Training; ora si tratta di portarla ad un livello superiore e più organico, per potersi inserire in pianta stabile nella zona.


Siamo dunque all'alba di una nuova guerra fredda con la Cina al posto dell'Unione Sovietica? I due giganti sembrano intenzionati a spartirsi ancora una volta il mondo. Ora è il turno del Laos, in seguito potrebbe essere il Vietnam, che di sicuro non disdegnerebbe una copertura statunitense nello scontro che lo oppone alla Cina riguardo un tratto di Mar Cinese Meridionale, rivendicato da entrambi i paesi principalmente per la ricchezza di petrolio e gas naturale dei suoi fondali: la possibilità che presto la Cina possa dotarsi di una flotta militare di portaerei ha già messo in tensione Hanoi, che ha recentemente annunciato un piano di acquisto dalla Russia di sei sottomarini e 12 navi da combattimento. Anche questa regione appare dunque sempre più simile ad uno spezzone del grande scacchiere globale: Thailandia, Corea del Sud, Giappone e Filippine tradizionali alleati degli Usa. Myanmar e  Corea del Nord dalla parte della Cina. Indonesia e Malesia ancora da decifrare, Vietnam, Laos e Cambogia da conquistare. E ancora, andando verso ovest, India a braccetto con gli Stati Uniti, Nepal vicino alla Cina. Pakistan amico di Washington ma anche tradizionale alleato cinese in chiave anti-indiana. Iran filo-cinese alla luce dei recenti fatti (o forse è Cina filo-iraniana?) Afghanistan che gli Usa vorrebbero dalla propria parte, possibile spina nel fianco con la sua seppur piccola frontiera comune con la Cina. Repubbliche ex sovietiche dell'Asia centrale in bilico, con presenze e basi militare dello Zio Sam ma facilmente seducibili dagli Yuan cinesi. E Russia a coronare il tutto. Senza parlare in questo contesto di Africa e di America del Sud.


Alla luce di tutto questo e delle strategie per gli anni a venire, possiamo dirci sicuri che l'obiettivo ultimo di Bush nell'attaccare Iraq e Afganistan fossero veramente i terroristi e/o il petrolio? O forse George W. Aveva già cominciato un piano volto ad accerchiare la Repubblica Popolare Cinese o quantomeno limitarne l’espansione apparentemente inarrestabile nel resto del mondo?


mercoledì 24 marzo 2010

Le spoglie di An Jung-geun

Questa settimana, esattamente il 26, ricorre il centenario della morte di An Jung-geun (nella foto, 1879-1910), mitica figura della lotta per l'indipendenza della Corea dall'invasore giapponese. An è passato alla storia per l'omicidio dell'allora reggente giapponese in Corea, Ito Hirobuni, dopo la firma del trattato di Eulsa, con cui la potenza nipponica si era di fatto impossessata dalla penisola coreana. Venne per questo condannato e giustiziato, ma le sue spoglie non sono mai state ritrovate. E' di oggi la notizia, diffusa dall'agenzia coreana Yonhap, che il governo di Seoul ha deciso di istituire un team di esperti che si dedicherà proprio a questa ricerca. Lo stesso presidente sudcoreano Lee ha chiesto la collaborazione di Cina e Giappone: in territorio cinese infatti è probabile che si trovino i resti dell'eroe, passato alla storia anche con il suo nome di battesimo Thomas (si convertì infatti al cristianesimo nel 1897) , ma è in giappone che si trovano i documenti sulla sua esecuzione che potrebbero essere fondamentali per la ricerca. Il reggente del Ministero per gli Affari Patriottici e dei Veterani, Kim Yang, ha dichiarato che gli sforzi per ottenere le documentazioni in mano ai giapponesi si sono fino ad oggi rivelati vani, per il loro atteggiamento non collaborativo. Tokio da sempre dichiara di non essere in possesso di documenti utili riguardo la prigionia e l'esecuzione di An, mentre Seoul si dice convinta che questi esistano, ed insieme a loro anche pagine riguardanti altri 228 indipendentisti coreani.


Una collaborazione che si presenta subito come molto difficile, ma che avrebbe un significato notevole, anche proprio nei confronti dello stesso An Jung-geun: una delle linee guida del suo pensiero era infatti il pan-asianismo. La sua idea era che Corea, Cina e Giappone avrebbero dovuto far fronte comune, in nome delle comuni origine e della vicinanza culturale, contro l' "occidente bianco" che si apprestava a colonizzare l'Asia orientale. Pensava che con la morte di Ito i rapporti tra Giappone e Corea si sarebbero fatti rosei. La storia invece ha dimostrato il contrario: nel 1910 cominciò una brutale invasione finita solo nel 1945, che ancora oggi allunga la sua ombra sui rapporti tra i due paesi, pronti ad infiammarsi ad ogni minimo sussulto.



 

mercoledì 17 marzo 2010

La protesta del sangue in Thailandia

Tensione in Thailandia. Il Fronte Unito Nazionale Democratico, composto da quella che sono state ribattezzate Camicie rosse per il loro colore di riferimento (nessun riferimento a sinistra e comunismo) ha inscenato una protesta destinata a catturare l'attenzione: venti litri di sangue umano sono satti rovesciati nei pressi della residenza privata dell'attuale premier Abhisit Vejjajiva, di fronte alla sede del governo e nei pressi del quartier generale del Partito Democratico, al potere. Il sangue era stato raccolto dai militanti del Fronte tra i sostenitori dell'ex premier Thaksin Shinawatra, attualmente in esilio dopo il colpo di stato che lo ha rimosso da ogni incarico politico nel 2006. Alle spalle di Shinawatra una lunga serie di scandali politici che però non gli hanno alienato le simpatie dei vecchi sostenitori, i quali chiedono al governo in carica nuove elezioni a cui possa partecipare anche il vecchio primo ministro.


 

martedì 16 marzo 2010

Addio He Pingping

E' morto a Roma nel week-end He Pingping, il detenitore del record di uomo più basso del mondo. I suoi 75 cm erano diventati famosi grazie allo Show dei Record, che aveva presentato agli italiani questo ventunenne della provincia cinese della Mongolia interna. Il decesso  sarebbe dovuto a non meglio specificate complicazioni cardiache. La faccia simpatica, la sigaretta tra le labbra e la passione per le donne sono quello che i telespettatori ricorderanno di lui, divenuto un fenomeno mediatico anche in Cina (lo stesso China Daily gli ha dedicato un articolo per l'occasione). Curiosamente conterraneo Bao Xishun, colui che è stato per lungo tempo l'uomo più alto del mondo ( di cui si vede il viso alla destra di He nella foto), i due hanno condiviso la passione per i record che in Cina coinvolge tutti gli ambiti della società.