mercoledì 30 maggio 2012
Terremoto in Emilia: una tendopoli ci accomuna
Come cambiano le cose in due giorni.
Rileggo il post del 28 maggio, ed è già da aggiornare, rivedere,
ripensare. Finalmente anche l'Emilia ha il suo numero a cui mandare
sms per donare 2 euro alle vittime del terremoto: è il 45500. Triste
soddisfazione, perchè come anticipato è servito il salto di qualità
sismico: è servita un'ulteriore scossa potente, di quelle purtroppo
indimenticabili, che ha portato indietro il calendario di una
settimana ed avanti le lancette ferme di torri e campanili, dalle
4.04 alle 9.02. Colpite zone già tramortite e zone che si erano
salvate, allargata la scure di paura sull'Emilia. Schizzato il numero
delle vittime, ancora più catastrofica la semantica dei titoli dei
notiziari e dei giornali. E finalmente il numero di telefono. In
aumento i profili Facebook con l'immagine-tributo all'Emilia Romagna
colpita, leggermente modificata: dove prima compariva la data 20 maggio, ora campeggia solo 2012.
Cento era uscita relativamente indenne
dalla prima scossa: la paura non è quantificabile, ma almeno non vi
erano stati danni rilevanti o vittime. Questa nuova scossa ci ha
coinvolto in pieno nel dramma di altre migliaia di fratelli del
grandioso triangolo Ferrara-Modena-Bologna. Dove in genere tutti si
odiano tra di loro, astio tra province ed interno alle province,
dissapori ben motivati da rivalità sportive a tutti i livelli, da
scontri gastronomici e rivendicazioni culturali, da usi dialettali in
cui le L ferraresi combattono fieramente le S bolognesi, poi tutti
contro il modenese, troppo amico del reggiano quindi troppo lontano
del triangolo magico.
Ora queste divisioni non esistono più,
il terremoto si è portato via le divisioni provinciali e comunali;
esiste invece un nuovo elemento architettonico che ci accomuna, più
dei portici e delle piazze pavimentate in porfido: la tendopoli.
Ed un nuovo tipo di uomo, conosciuto
agli studiosi con il nome latino di Emilianus Terremotatus, che
nonostante le scosse proprio non ne vuole sapere di lamentarsi e dare
la colpa ad altri, che non fa la vittima e non scatena guerre
culturali ora che una piccola scintilla potrebbe infiammare tutto il
campo.
Ora siamo tutti uguali nel timore: a
casa, nelle scuole per fortuna risparmiate da un terremoto che questa
volta ha colpito a lezioni in corso, nelle fabbriche che invece sono
state teatro di morti tanto più dolorose quanto più emerge che
forse alcuni lavoratori sono stati spediti al lavoro forse con troppo
anticipo. Bisognerà pensare anche a questo una volta sgombrati i
calcinacci, messe in sicurezza le case e sfamato chi da solo non ce
la fa.
lunedì 28 maggio 2012
Alcune riflessioni sul terremoto in Emilia
Ogni tragedia, come d'altronde ogni
vittoria o rivoluzione, ha la sua immagine simbolo, nel mezzo del
bagaglio iconografico che le situazioni estreme naturalmente
allargano.
Quando la tragedia si chiama terremoto,
allora l'orologio si trasforma in immagine carica di senso, si
significati, di pathos. L'orologio che si ferma al momento della
scossa, divenendo confine che separa il mondo del prima da quello di
un dopo irrimediabilmente mutato. L'orologio che ha battuto i secondi
della scossa, quello che si è staccato dalla parete per finire a
terra in compagnia di piatti e ricordi.
Del terremoto che colpì la
provincia cinese del Sichuan nel 2008 rimase, tra le moltissime
immagini, anche quella di una torre con orologio fermo alle 2.28, ora
della scossa. Non so se la foto sia stata scattata nell'imminenza
dell'evento, o se successivamente si sia deciso di lasciare le
lancette ferme come monito, come alla stazione di Bologna dopo la
bomba del 2 agosto 1980. Non è importante.
Per il terremoto che ha colpito
l'Emilia abbiamo avuto per qualche ora l'immagine della Torre dei
Modenesi di Finale Emilia distrutta per metà: non l'ora del
disastro, ma l'effetto preciso della distruzione fermato nel
quadrante spaccato a metà.
Poi le scosse successiva hanno completato
spietate il lavoro, risparmiando all'uomo l'ingrato compito di dover
demolire un monumento simbolo della città. Ma non sarà certo quel
crollo a far dimenticare quell'orario, quelle 4.04 che ora marcano il
prima ed il dopo di migliaia di esistenze.
Alla riapertura delle scuole, le
emozioni in sono certo quelle solite di fine anno. Anche in zone
colpite solo dalla paura e non da danni e tragedie la sensazione è
quella di precarietà, di rischio. Serpeggia tra insegnanti e
personale quella domanda che nessuno osa porre ad alta voce: e se
arrivasse un'altra scossa adesso, con le classi semipiene? Classi
appunto per metà vuote, molti genitori a quanto parre hanno regalato
ai figli una chiusura d'anno scolastico in anticipo. Ci sono
insegnanti che vorrebbero la chiusura ufficiale delle scuole tutte,
non solo di quelle lesionate. Il citato terremoto del Sichuan fece
migliaia di vittime tra bambini ed adolescenti sui quali sono
crollate le scuole. Allora pensammo: quella è la Cina, la le scuole
le fanno male, fanno business sulla pelle dei loro bambini, sono
corrotti e cattivi. Poi arrivò il terremoto dell'Aquila, e tra i
tanti drammi quello odioso del crollo alla Casa dello Studente:
scoprimmo allora che forse anche qui si fanno i soldi sulla pelle
degli studenti.
Il terremoto che ci ha colpito in
Emilia ha risparmiato le scuole, ma non le attività produttive ed i
lavoratori della notte. Solo il tempo ci dirà se quei morti al
lavoro si sarebbero potuti evitare, o se qualcuno ha fatto business
sulla pelle dei lavoratori. Potrebbe sembrare irrispettoso ragionare
di questo a tragedia ancora in corso, ma credo che sarebbe ingiusto
non porsi domande.
Il nostro territorio e la nostra
economia colpiti, messi in ginocchio. Altro lavoro che scompare, per
alcuni insieme alla casa ed ai ricordi. Ma non alla voglia di
rialzarsi. In molti si chiedono perchè alla tv non ci sia il
bombardamento di inviti a donare euro con messaggi o a donare soldi
per i terremotati dell'Emilia. Nemmeno io li ho visti, ma potrei
essere smentito. E l'unica spiegazione che trovo è macabra: abbiamo
avuto pochi morti. Pochi per colpire veramente l'opinione pubblica. E
poi poca distruzione. Le fabbriche crollate, quelle non commuovono il
pubblico; distruggono la vita di chi ci lavorava, ma non fanno
piangere. E poi nessuna scena di terremotati isterici che danno la
colpa al governo, ai fascisti o ai comunisti. Ma di questo sono
fiero.
Pochi giorni dopo il sisma su Facebook
ha cominciato a circolare una bella immagine con l'Emilia Romagna
percorsa da una crepa che si trasforma in un cuore e lo slogan: Puoi
spezzare la nostra terra ma non il nostro coraggio. Bella e carica di
significato, ma non sono in tanti ad averla fatta propria: forse
perchè per quelli che sono stati colpiti è già passato il tempo
dell'autocommiserazione, e sono già nel tempo dell'azione.
Quell'immagine l'ho vista sul profilo
di amici, tutti della zona colpita o comunque emiliani. Non l'ho
vista su nessun altro profilo.
Quando il terremoto colpì il Giappone
l'anno scorso, vidi decine di profili Facebook rendere omaggio con la
bandiera del Sol Levante a quella nazione profondamente colpita.
Ai lettori la libertà di trarre le
proprie conclusioni.
lunedì 21 maggio 2012
Previsioni meteo e ricordi
Ci sono tante canzoni che associo alla Cina, o almeno alla mia esperienza in Cina. Alcune sono collegate ad eventi speciali, a ricordi particolari, a persone o luoghi specifici, ad esperienze intime. Nella stragrande maggioranza dei casi non sono canzoni cinesi.
Ma c'è una canzone speciale, questa si cinese, che mi è rimasta nel cuore. E' la canzone che faceva (e forse fa ancora) da sottofondo musicale alle previsioni del tempo della rete CCTV 9
Perchè proprio questa? Non è legata ad un ricordo particolare, piuttosto ad una situazione di normalità casalinga, ossia il tg dopo pranzo e le previsioni del tempo. Seduto sul divano, sorseggiavo un caffè solubile mentre mentre ascoltavo questa canzone e fuori dalla finestra vedevo vapori di cascate e natura lussureggiante della Cina del sud. In verità erano gas di scarico e l'appassito giardinetto del mio condominio, ma in quel momento apparivano altro. Inoltre questa suggestiva melodia mi capitò anche di sentirla in un ristorante di spaghetti dello Yunnan dove mi ero fermato a mangiare durante una giornata di esplorazione urbana.
Non ultimo, quel meteo mi ha dato la possibilità di scoprire che Luohe nello Henan (minuto 0.50) è una "famous eatable city of China", e chissà mia cosa vorrà dire. E che a Qinghuangdao (minuto 0.57) c'è il Pigeon Nest Park. E tanti altri suggerimenti per viaggi mai fatti in quei due minuti di bellissima nenia e temperature e nuvolette.
Per chi fosse interessato, la canzone si chiama Bamboo under the moonlight, ed originariamente deve essere stata appunto una canzone folk dello Yunnan.
Qual'è invece la canzone che rappresenta la vostra Cina?
mercoledì 16 maggio 2012
Cina e visto: storia di un amore
La Cina aumenterà i controlli sui
visti di residenza dei cittadini stranieri.
La notizia, diffusa ieri dall'Ansa, è presto rimbalzata su giornali e
radio. L'Ansa parla di controlli sugli stranieri e sui loro
passaporti. Non si parla ancora del motivo che possa aver scatenato
l'ennesima stretta sui visti, ma si cita un evento di cronaca: il
(presunto) stupro di una ragazza cineseda parte di un cittadino
inglese
anche se subito dopo si cita quello che
sarebbe il motivo vero, ossia quello politico e repressivo, ossia
l'avvicinarsi del Diciottesimo Congresso del Partito Comunista Cinese
atteso nel prossimo autunno. Quello che si annuncia come un Congresso
caldissimo per le forti tensioni che investono il Partito potrebbe
quindi essere il catalizzatore di stranieri intenzionati ad arrivare
in Cina per...per cosa effettivamente? Protestare contra una corrente
del PCC a favore di un'altra? Picchettare Tianan'men per sostenere la
linea neomaoista? Spiare i delegati al congresso? Reclutare crumiri
che si infiltrino nelle ruote dentate del potere cinese per poi
distruggerlo?
Vero è che il governo cinese è solito
mettere in atto queste restrizioni e controlli rafforzati in
occasione dei grandi eventi (le Olimpiadi sono l'esempio classico, ma
quello era un evento mondiale). Allo stesso tempo, mi chiedo con un
po' di provocazione, ma un governo non può esigere che i residenti
stranieri siano in regola con i documenti, senza per questo ogni
volta dover scatenare una polemica su restrizioni della libertà e
violazione dei diritti umani?
E' un argomento sensibile, ed io ero il
primo che, quando mi trovavo ad affrontare il problema del visto, lo
vedevo come una terribile rottura di scatole e maledivo le mille
regole cinesi. Ma credo che se interrogato a riguardo, un cinese
potrebbe tranquillamente rispondere elencando le mille difficoltà
che affronta per venire in Italia.
Al che l'italiano dice: ma noi in Cina
portiamo ricchezza, loro portano concorrenza sleale e povertà.
Al che, l'osservatore attento si
chiede: sicuri che sia ancora proprio così?
Riflessioni complesse a parte, quella
dei visti è un'occasione ghiotta per un po' di nostalgia. Si perchè,
a distanza di sicurezza, anche le peripezie per ottenere il visto
durante i soggiorni in Cina sembrano romantiche avventure, tentativi
avventurosi ma anche goffi di aggirare le regole che il cattivo Pcc
si divertiva ad inasprire per impedire a noi giovani virgulti
occidentali di stare in Cina più a lungo di quanto fossimo gradito.
Come turisti, si era come il pesce: dopo un mese cominciavamo a
puzzare, ma si poteva rinnovare fino a due volte tale mensilità. Da
studenti era una vittoria facile, bastava sborsare i soldi necessari
ad un'iscrizione e come magia appariva un rassicurante visto di 6
mesi, un'infinità. Leggende narrano che ci siano quarantenni che da
almeno dieci anni lavorano in Cina che di fronte al governo figurano
ancora come studenti: alla faccia dei fuoricorso italiani. L'abbiamo
fatto in tanti, anche io a mio tempo mi ero iscritto ad una
fantomatica “università di studi superiori dei giovani” o
qualcosa di simili. Lezione casualmente il sabato mattina, e
altrettanto casualmente i compagni di classe erano tutti maturi e con
lavoro. Era la classica situazione di win-win: io pagavo la retta
scolastica ed ottenevo un visto, e volendo il sabato mattina potevo
andare con gli occhi ancora semichiusi a sentire un'insegnante
parlare di festività cinesi e tradizioni locali. Loro incassavano
tali laute rette, e presumo che il governo prendesse le appropriate
tasse. Ma sull'ultima affermazione non sono pronto a giurarci.
C'erano, e da qualche parte ci saranno
ancora, le agenzie che spedivano il tuo passaporto in un'altra città
per rinnovare il tuo visto, e a volta capitava che te lo perdessero:
ho vissuto due mesi da perfetto clandestino, col passaporto disperso
a Qingdao in mano forse ad un mastro birraio, standomene alla
finestra della mia camera al sesto piano quando si spargeva la voce
che la polizia stesse girando per il quartiere alla ricerca di fuori
quota massima. Mai successo niente al sottoscritto.
Per rinnovare un visto di lavoro
un'altra volta sono finito a Wuhu, Anhui, dove mi sono spacciato come
impiegato di un'azienda italiana con la sede la, mi sono registrato
come cittadino, ho visto corrompere un funzionario. Io tutto per
avere quell'agognato foglietto di carta.
In tanti hanno approfittato del rinnovo
per un viaggio ad Hong Kong, vera mecca per chi deve mettersi a posto
con la legge. Una città del peccato dove cercare la redenzione per
il proprio passaporto, rifargli una verginità di soggiorno.
Ugualmente, soggiorni in Corea, Giappone o stati limitrofi, dove
unire l'utile al dilettevole. Sono convinto che qualcuno abbia fatto
di tali viaggi finalizzati al rinnovo un vero stile di vita: me li
vedo rifiutare da contratto l'eventuale visto annuale che un
eventuale datore di lavoro gli propone solo per la visione paurosa
della fine di questa bellissima scusa per viaggiare.
mercoledì 28 marzo 2012
Giornalisti e nomi cinesi
Qualcuno per favore può spiegare ai giornalisti del Tg2 (ma non solo a loro) che quello cinese è "il presidente Hu" e non "il presidente Jintao"? Gli concedo la libertà solo se poi mi parlano del premier Mario e del presidente americano Barak. Tutti informali, tutti amici.
Non si pretende che venga pronunciato bene il cinese, assolutamente. Ma che almeno ci si informi su quale è il nome e quale il cognome. Bastano 30 secondi su Google.
Non si pretende che venga pronunciato bene il cinese, assolutamente. Ma che almeno ci si informi su quale è il nome e quale il cognome. Bastano 30 secondi su Google.
lunedì 20 febbraio 2012
Serial chillers: il noir della porta accanto
E' uscito per Maglio editore il volume Serial chillers, 25 incensurati in cerca d'autore, antologia di racconti noir di autori emergenti italiani. O che si spera emergeranno. Nulla a che vedere con l'Oriente, ma uno dei racconti è stato scritto dal sottoscritto. Il volume di pregevolissima fattura contiene oltre ai 25 suddetti racconti (selezionati tramite concorso) anche le 25 fotografie dei soggetti che li hanno ispirati ed un'opera inedita dello scrittore Loriano Macchiavelli.
Questo è il sito dove trovare tutte le informazioni a riguardo e l'idea che era alla base del concorso Serial Chillers:
http://maglioeditore.it/2012/02/18/serial-chillers/
Questo è il sito dove trovare tutte le informazioni a riguardo e l'idea che era alla base del concorso Serial Chillers:
http://maglioeditore.it/2012/02/18/serial-chillers/
mercoledì 15 febbraio 2012
Ritratti su muri da demolire
Incidere ritratti di comuni cittadini sull'intonaco di abitazioni che stanno per essere demolite a Shanghai. In Cina, dove è annoso il dibattito sulle demolizioni selvagge, sugli espropri, sulle compensazioni non sempre adeguate, su piani di riordino urbano condivisibili o meno, ma comunque discutibili, nel senso che dovrebbero essere oggetto di discussione, o almeno di una discussione maggiore di quella che avviene al giorno d'oggi. Grazie all'artista portoghese Vhils ed al suo staff in trasferta in Cina, e grazie al sito chinasmack.com dove ho trovato la notizia.
http://www.chinasmack.com/2012/pictures/foreign-artist-vhils-engraves-portraits-onto-shanghai-walls.html
giovedì 9 febbraio 2012
Ad est, ad ovest, dove capita.
Nell'ormai lontano 2009, ero in Oriente. Ma decisi per mezza giornata di andare nel far west. Si, quello pechinese. Buona lettura
Io amo la categoria di quelli che fanno sempre viaggi più avventurosi dei tuoi. Quelli che sono stati dove puoi vedere la vera Cina, quelli che hanno visto cinesi che non avevano mai visto stranieri. Magari si erano anche portati dietro perline e specchietti da regalare ai selvaggi, dimenticandosi che quelle rotte che loro credono da loro battute per prime sono le meglio indicate nelle guide per saccopelisti e nelle riviste specializzate. Ma anche io volevo andare dove nessun cinese ha visto stranieri in carne ed ossa, ma visto che il Tibet è troppo lontano e le foreste del sud non a portata di portafoglio, sono tornato dove ero stato qualche anno fa, nel profondo ovest. No, non il Xinjiang, ma il far west di Beijing, comodamente raggiungibile in metropolitana. La prima volta ero venuto alla ricerca di paesaggi di sapore sovietico, questa volta per trovare la leggendaria fermata della metropolitana di Fushouling: esistono infatti 3 fermate dismesse della linea n.1, dato che si evince dalla numerazione delle stazioni nelle mappa. Le prime due stazioni ad ovest a quanto pare sono finite in zona militare, quindi assolutamente off limits. Mentre della fermata di Fushouling esistono ancora gli accessi, anche se chiusi. Arrivare dalle parti di Pingguoyuan, l’ultima fermata accessibile, fa fare un salto nelle Beijing pre-olimpica di marciapiedi rotti e condomini brutti: non c’è qualcosa di particolarmente diverso dal centro, se non un’atmosfera di incuria più simile alle città di media grandezza piuttosto che alla capitale. Da qui un bus fa la rotta circolare del quartiere, fino al parco relativamente famoso di Badachu. Lungo il tragitto si riconoscono diverse strutture dell’esercito, immagino banali caserme dal momento che ricordavano molto dei normali condomini, con l’unica differenza di essere circondati di filo spinato. Scesi dal bus ci inerpichiamo casualmente per quello che sembra un sentiero che si diparte dalla strada in mezzo ai condomini ed in un attimo ci ritroviamo a salire lungo una montagna, in piccoli sentieri pieni di spazzatura che si lasciano in fretta alle spalle gli edifici; lontane si sentono le voci di una scolaresca, incrociamo una coppia vestita da scalatori professionisti, molti sentieri si dipartono da quello principale, intorno la vegetazione è ora bassa di arbusti ora si alza con pini, lungo il cammino si aprono piccole radure, cartacce e stronzi malamente coperti da fazzoletti bianchi, ma in una ci troviamo anche due tumuli, sembrano sepolture, l’ipotesi confermata dalla presenza di due ghirlande votive i cui fiori di carta erano oramai lacerati dal tempo. Salendo il panorama di apre su grattacieli e frutteti, su di una lontana centrale elettrica dotata di due enormi altiforni nel mezzo dei quali spunta una vetta coronata di una piccola pagoda. Sotto ai nostri piedi vecchi quartieri rotti e trascurati. Camminiamo ancora un po’ nel verde per poi tornare sulla strada, si susseguono autolavaggi autobus n.311, e poi ancora questi hutong quasi moderni, dalla strada principale si dipartono stradine che si gettano tra le case fitte, mucchi di mattoni di scarto creano i muretti, c’è polvere e puzza di piscio che esce dai bagni pubblici. Un minibus ci sfiora ed il passeggero urla “hallooo”, mi sa che gli si è presentata l’unica occasione per dimostrare che il suo corso di inglese per corrispondenza non è stato uno spreco di soldi. Camminiamo, ma della fermata fantasma ancora nessuna traccia. Ci infiliamo in una via meglio tenuta delle altre, due bimbi sbucano da dietro un muro, si pietrificano alla nostra vista e poi scappano urlando waiguoren waiguoren , stranieri, neanche fossimo crudeli giapponesi che invadono la Cina, ma poi curiosi tornano a spiare. Camminando a caso incontriamo uno strano edificio dalle fattezze neoclassiche, colonne ioniche e balconi, sembra una scuola, infatti è il “Centro di formazione per i trasporti ferroviari”, e allora si accende una lampadina: da qualche parte avevo letto che la stazione si trova in prossimità di quella scuola. Torniamo sulla strada principale, nel frattempo i bimbi si sono preparati per fare bella figura con noi, giocano col diablo, una bimba salta la corda, una mamma arriva e si mette anche lei in mostra saltando la corda. Abbiamo firmato un trattato di amicizia Italia-Pingguoyuan. Ancora pochi metri e vediamo un edificio sospetto, ne esce un uomo da un porta di ferro troppo nuova per essere l’originale, non ho la prontezza di fermarlo, ma in un attimo capiamo che siamo arrivati, ecco uno degli ingressi, ed infatti alle sue spalle se ne trova uno uguale, e speculari, dalla parte opposta rispetto ad una strada che ora non c’è più, altri due edifici analoghi: blu, lunghi e stretti, con la pensilina dalla quale pende ancora una luce al neon.
Ci avviciniamo, sotto si sentono ancora passare dei treni. Qualcuno dice che ci facciamo addestramento gli allievi delle suddetta scuola, magari può esserci un deposito treni, o forse spostamenti segreti di truppe...o forse leggende ben più paurose. Non lo so, la gente ci transita intorno e ci guarda diffidente, un bambino di pochi anni si lamenta che ha paura degli stranieri, ma poi un piccolo coraggioso in rollerblade si avvicina e si ferma a guardarci. Non dice niente, se ne frega di apparire maleducato, ci guarda, si assicura che non mordiamo, ci sorride e continua a guardarci interessato. Da lui abbiamo la conferma che quella era una stazione della metro. Ci va vedere un paio di evoluzioni con i roller, cade un paio di volte rischiando di compromettersi le ginocchia. Quando ce ne andiamo ci segue per un tratto, poi probabilmente si ferma da amici a bullarsi di aver affrontato degli stranieri. Io e Fausto ce ne torniamo verso la fermata della metro accessibile, di nuovo verso est, verso luoghi noti.
martedì 1 novembre 2011
Un racconto per l' 1 novembre
Oggi posto un racconto scritto tempo fa, che non ha nulla a che vedere con l'Asia, ma abbastanza con l'Emilia, e soprattutto con la data di oggi.
Buona lettura
Era freddo tra quelle pareti metalliche, fredde e lisce, pulite e sterili, che la costringevano a stare sdraiata sulla schiena, con le braccia distese lungo i fianchi. Non che ci fosse tutta questa necessità di muoversi, oramai, ma almeno potersi mettere su di un fianco, così per variare la monotonia della stessa posizione, e magari con essa mutare lo scorrere di minuti tutti uguali, giorni non diversi l’uno dall’altro. Nell’attesa che qualcuno venisse a prenderla per riportarla a casa, lontano, lontano dalle nebbie sempre più insistenti dell’autunno, lontano da questo paese ancora straniero nonostante gli anni trascorsi. Lontano, finalmente. Finalmente fuori da quella celletta dell’obitorio.
venerdì 14 ottobre 2011
L'arte del giornalismo
Dopo otto mesi in cui non ho aggiornato il blog, oggi ne ho sentito il bisogno. Perchè?
Perchè ho trovato questa galleria di immagini, che in verità è un'immagine sola.
Riporta il titolo, "scala la grande muraglia". Più sotto invece, si avverte che quelle scalate sono le antiche mura di Nanchino. Se uno è stato alla Grande Muraglia, bastava l'immagine per capire che non è lei nella fotografia. Ma il tizio che ha scritto il titolo legge almeno le didascalie? Sempre grande giornalismo.
Che fa coppia con la giornalista di un importante tg della rete pubblica che ha ribadito che la Grande Muraglia si vede dalla luna. C'è ancora qualcuno che ci crede a quanto pare, e lavora alla Rai
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