venerdì 14 ottobre 2011

L'arte del giornalismo

Dopo otto mesi in cui non ho aggiornato il blog, oggi ne ho sentito il bisogno. Perchè?


Perchè ho trovato questa galleria di immagini, che in verità è un'immagine sola.


http://www.repubblica.it/esteri/2011/10/13/foto/cina_scala_la_grande_muraglia_per_non_pagare_il_biglietto-23170990/1/?ref=HRESS-13




Riporta il titolo, "scala la grande muraglia". Più sotto invece, si avverte che quelle scalate sono le antiche mura di Nanchino. Se uno è stato alla Grande Muraglia, bastava l'immagine per capire che non è lei nella fotografia. Ma il tizio che ha scritto il titolo legge almeno le didascalie? Sempre grande giornalismo.


Che fa coppia con la giornalista di un importante tg della rete pubblica che ha ribadito che la Grande Muraglia si vede dalla luna. C'è ancora qualcuno che ci crede a quanto pare, e lavora alla Rai

domenica 27 febbraio 2011

La Libia farà scuola in Corea del Nord (e Cina?)

Regolarmente l'esercito sudcoreano "bombarda" la Corea del Nord di volantini di propaganda. Ultimo in ordine cornologico, il lancio di notizie riguardanti le rivolte che hanno sconvolto il nord-africa. Questa forma di guerra psicologica tenta di rompere l'isolamento pressochè totale del paese, dove chiaramente nulla è stato fatto trapelare riguardo le rivoluzioni arabe, che potrebbero essere pericolosamente contagiose.


Forse è ricollegabile (almeno in parte) alla situazione internazionale la visita in Corea del Nord di Meng Jianzhu, ministro della pubblica sicurezza cinese. Secondo il quotidiano sudcoreano Joongang Daily, i leader avrebbero discusso anche di come prevenire eventuali proteste pubbliche che possano nascere sull'onda di quelle arabe. L'esempio dell'attacco a Gheddafi in Libia potrebbe fare scuola per un eventuale attacco alla famiglia Kim? Improbabile al momento, anche se in Corea del Nord sarebbero già in corso moti di malcontento, dovuti non certo all'influenza degli eventi internazionali: secondo Radio Free Asia, che ha sede negli Usa, le richieste di questi "rivoltosi" sarebbero elettricità e riso. L'idea è quindi che potrebbe bastare una scintilla per incendiare una situazione già molto tesa, o almeno a contribuire a scaldare gli animi.


Un altro argomento di cui si sarebbe discusso, è la richiesta della Cina a Pyongyang di maggiori sforzi per bloccare il traffico di droga proveniente dal suo territorio. Secondo una fonte anonima sudcoreana, la Corea del Nord sarebbe diventata un centro di produzione di stupefacenti che vengono poi immessi nel mercato cinese, insieme a sigarette ed altri beni contraffatti, con l'obiettivo di portare in Corea del Nord valuta straniera, vero e proprio ossigeno per le dissestate casse di Pyongyang.

mercoledì 9 febbraio 2011

Egitto: effetto domino verso la Cina?

La dirigenza cinese è preoccupata da quello che sta succedendo in Egitto? Esiste un timore nella leadership del PCC che quel sentimento che in fretta si è diffuso non solo in Tunisia ed Egitto ma anche più a est, in Giordania e Yemen (sebbene in forme diverse e con al momento minore intensità) possa attraversare tutto il continente fino alla Cina? Geograficamente è una strada piuttosto lungo, c'è un bel tratto di via della seta da affrontare, e lungo il tragitto parecchi governatori autoritari o vere e proprie dittature da rovesciare. Governi in cui la situazione interna è più tesa, in cui la scintilla può scatenare la fiamma più facilmente che in Cina. Ma Pechino ha già preso provvedimenti, più o meno ufficiali. Tra gli ufficiali, l'obbligo per tutti i mezzi di comunicazione ufficiali di usare solo dispacci ufficiali dell'agenzia stampa governativa Xinhua, e di concentrarsi non tanto su quello che sta avvenendo in Egitto (che, si badi comunque bene, è al momento documentato su tutti i media cinesi) ma sulla rapidità e l'efficienza con cui il governo ha riportato in patria i propri cittadini.


Tra i provvedimenti non ufficiali, la maggior attenzione dedicata dal Partito al mostrare i propri dirigenti come "vicini alle masse", per riprendere un termine in voga negli anni del Maoismo. Il Premier Wen Jiabao ha fatto visita all'Ufficio lettere e reclami, (nella foto sotto) e per la prima volta si è visto un altissimo quadro del governo cinese parlare con persone che avevano qualcosa da ridire sull'operato delle istituzioni. Chiaramente non l'inizio di una nuova epoca nei rapporti tra PCC e cittadini cinesi, ma un segnale: noi siamo con voi.



Nella stessa ottica va visto il particolare risalto dato dai media ai provvedimenti riguardo al welfare inseriti nel nuovo piano quinquennale (2011-2015), con particolare enfasi sull'aumento dei salari: il governo sa bene che una in Cina non si è ancora raggiunta la tanto agognata armonia sociale. La forbice che separa ricchi e poveri unita alla previsione di un'inflazione in crescita nel 2011 obbligano i dirigenti a non ignorare la possibilità, anche se remota, di un malcontento che si potrebbe tramutare in rivolta.


Il tutto nella lunga attesa che precederà il cambio della leadership cinese nel 18esimo Congresso del PCC che si terrà nel 2012, previsto all'insegna della continuità. Ma si sa che i periodi di transizione possono rivelare sorprese.


 


 


 


 

martedì 8 febbraio 2011

Cosa lega Egitto e Corea del Nord

Mubarak in Egitto cadrà o no? Non è ancora dato saperlo. Ma certamente un leader mondiale si rattristerà per la sua eventuale caduta: Kim Jong-il. Tra le pieghe delle storia può infatti venire fuori che l'Egitto, nella nostra parte del mondo fino a poche settimane fa fedelissimo alleato degli Stati Uniti, per decenni nell'altra parte del mondo è stato attivissimo partner di uno dei maggiori nemici degli Usa, quella Corea del Nord con cui intrattiene rapporti dal 1970, da quando un giovane Mubarak, allora capo dell'aviazione militare egiziana, ottenne l'invio di istruttori militari nordcoreani in preparazione a quella che sarebbe stata la guerra dello Yom Kippur con Israele. Guerra che finì con la distruzione dell'aviazione egiziana. I legami si sono stretti ulteriormente negli anni '80, con Mubarak al potere e la Corea del Nord impegnata a rifornire il Cairo di missili Scud B di tipo sovietico e di altra tecnologia militare. Grazie a questo hub economico creato in Egitto, fu più facile per Pyongyang rifornire di armi anche altri regimi arabi della zona. Mubarak visitò lo storico leader nordcoreano Kim Il-sung quattro volte durante gli anni '80, e l'alleanza era così salda che Mubarak ai tempi promise che non avrebbe mai allacciato rapporti diplomatici con la Corea del Sud. Cosa che invece avvenne nel 1995: Seoul aveva regolarizzato i suoi rapporti con la Cina, e Mubarak si era stancato di vedere passare per Suez i supercargo coreani carichi di prodotti tecnologici senza poterne usufruire. Ma i rapporti con Pyongyang non si sono mai interrotti. Proprio durante la sommossa che ha provato di rovesciare Mubarak, una delegazione della Orascom, colosso egiziano delle telecomunicazioni e delle costruzioni, era a Pyongyang a firmare patti commerciali: il presidente di Orascom, Naguib Samiris, accolto come un capo di stato. Strette di mano, intese, implicita solidarietà di Kim al suo omologo egiziano, nel suo disegno originale di mettere suo figlio Gamal nel posto di leader egiziano. Un po' quello che Kim Jong-il sta facendo in Corea del Nord con suo figlio. Forse che tema di poter fare la stessa fine del paese delle Piramidi?


Per finire: tra gli accordi firmati tra Pyongyang e la Orascom, ci sarebbe anche un progetto della compagnia egiziana per completare la costruzione dell'hotel Ryugyong, che dal 1992 svetta incompiuto con i suoi 105 sulla capitale nordcoreana. Orascom ci lavora già dal 2008, ora sembra che si possa portare a termine il simbolo delle ambizioni e dei fallimenti di Pyongyang: iniziata nel 1987, la sua costruzione si sarebbe dovuto concludere nel 1989 e farne l'hotel più alto del mondo. Ma i lavori sin interruppero per la crisi economica che gettò la Corea del Nord sul lastrico. L'obiettivo è ultimarla per il 2012, quando si celebrerà il centenario della nascita di Kim Il-sung.


venerdì 31 dicembre 2010

2011

Buon anno nuovo!


새해 복 많이 받으세요!


新年快乐!


mercoledì 24 novembre 2010

Paura lungo il 38esimo parallelo

La Corea del Nord ha attaccato la Corea del Sud. Secondo la versione di Pyongyang, è stata una motivata reazione a colpi sparati dalla marina sudcoreana durante un'esercitazione di rito che si svolgeva nelle acque in prossimità del 38esimo parallelo, la linea che divide le due Coree. Colpi che sarebbero stati esplosi in direzione nord, ossia verso le acque ed i territori nordcoreani. Tesi confutata da Seoul, che parla invece di un attacco vero e proprio. Centinaia di colpi di artiglieria hanno colpito l'isola di Yeonpyong, nel mar Giallo, ad ovest dalla penisola coreana. A circa 80 chilometri dall'aeroporto di Incheon, e pochi di più dalla capitale Seoul. Per ora le vittime sono 4, due militari e due civili, mentre la popolazione dell'isola, circa 1500 persone, si è riversata prima nei rifugi e poi ha cominciato a lasciare le proprie case. La gente ha paura. Le armi nucleari di Pyongyang fanno paura. La situazione confusa nella leadership nordcoreana fa paura, ma allo stesso tempo questa confusione spiega in parte l'attacco, ed allo stesso tempo indebolisce l'ipotesi di una guerra.


A Pyongyang è in corso la successione al potere, che passerà dalle mani di Kim Jong-il a quelle del figlio. Che ha 28 anni, e nessuna esperienza di governo, nè tantomeno il carisma necessario. Dopo la famiglia Kim, e forse prima del Partito dei Lavoratori, stanno i generali nordcoreani. Non è escluso che anche tra loro stiano lottando per portare l'erede da una parte piuttosto che dall'altra. Quindi l'attacco potrebbe sembrare l'ennesima prova di forza per dimostrare che l'esercito è pronto, vigile e preparato. E che decide. Non è un caso che sia avvenuto proprio nei giorni in cui è a Beijing l'inviato statunitense per la questione coreana, Stephen Bosworth, arrivato in Asia proprio per riannodare i fili dei dialoghi sul nucleare nordcoreano. Un segnale anche a lui, dunque. Ma un segnale di cosa? Di forza bruta? Di potere? Di unità? Forse tutto, forse nulla di tutto questo. Non è facile capire. Forse una vendetta perchè Seoul nei giorni scorsi si è rifiutata di riaprire i flussi turistici con la Corea del Nord, attività che aiutava l'economia di Pyongyang? Peccato che in cambio abbia ottenuto che la Corea del Sud bloccasse immediatamente gli aiuti economici che aveva previsto per alcune zone alluvionate del Nord.


Non è da escludere nemmeno la volontà di vedere come reagirà la Cina, unico alleato della Corea del Nord: un'alleanza essenziale ma sempre più spinosa. Non è un caso che la risposta di Beijing sia stata, tra quella delle grandi potenze, la più cauta, un diplomatico "prima di giudicare dobbiamo accertare l'esatta dinamica". Sacrosanto come atteggiamento, ma forse nasconde un certo imbarazzo. O la necessità di muoversi con cautela e studiare al meglio la prossima mossa.


Non credo che Pyongyang voglia scatenare una guerra. Tempo fa lessi qualcosa riguardo alle potenziali dinamiche di una nuova guerra tra le Coree: Pyongyang ha certo la potenza di fuoco necessaria, ed un attacco su Seoul avrebbe conseguenze devastanti (l'arma atomica potrebbe essere usata). Ma la risposta immediata del Sud, degli Stati Uniti, probabilmente del Giappone, renderebbe la Corea del Nord terra bruciata in poco tempo. A che pro dunque scatenare una guerra? Per ottenere qualcosa in cambio, siano soldi o considerazione. La Corea del Nord si sente con le spalle protette: c'è la Cina a garantirne la sicurezza. Per questo Seoul può rispondere a male parole, ma difficilmente (salvo chiaramente ulteriori provocazioni, più gravi e sanguinose) potrà veramente reagire con la forza, come si augurano i falchi degli ambienti militari. Il domino che una risposta violenta provocherebbe si può solo immaginare: intervento americano, intervento cinese, intervento russo, europeo. E perchè no indiano, visto che è di questi giorni un nuovo contenzioso tra Cina ed India riguardo alla frontiera himalaiana.


Nel frattempo, resta la paura lungo il 38esimo parallelo.

venerdì 19 novembre 2010

Stesso Ponte, altra stagione

L'autunno pechinese è durato poco, l'inverno è arrivato senza troppi proclami o clamori. La ripetitivà dei gesti e dei tragitti quotidiani ha fatto si che quasi non mi accorgessi del cambiamento climatico. Complice una certa linearità solare, che mi ha presentato luminose e serene giornate in sequenza, senza nebbia o pioggia, ho realizzato solo pochi giorni fa che come conseguenza del cambio di stagione, sono cambiate anche le attività della Gang del Ponte: tralasciando che ora i membri sono impegnati a battere i denti per il freddo tanto quanto a combattere tra di loro per accaparrarsi ogni spicchio di sole che si insinua attraverso la ringhiera metallica, per alcuni dei membri più illustri il business è decisamente mutato.


Non ci sono più animali in vendita. E la cosa non stupisce: le tartarughe o i pesci rossi in questo momento starebbero immobilizzati in vasche di ghiaccio, ottimi come soprammobili eccentrici ma piuttosto inutili come animali di compagnia. A dire il vero tartarughe e pesci rossi non sono animali di compagnia, non più di compagnia di un nano da giardino, almeno. I conigli e gli scoiattoli inveci li vedremmo impegnati in massacri epici per sottrarre ai propri simili lo scalpo con cui coprirsi. Insomma, niente più animali, sostituiti da abbigliamento tecnico invernale come sciarpe, guanti, o i leggendari mutandoni di lana lunghi fino alle caviglie, vero must del pechinese nella stagione fredda. E poi, sorpresa, inedito smercio di attrezzatura ortopedica: fascie elastiche per caviglie e ginocchia, supporti per polsi e gomiti, pancere e altre amenità. Mentre guardavo estasiato e studiavo questa riconversione del business in base al naturale ciclo delle stagioni, mi sono accorto che alcune ginocchiere lasciavano intravedere, nel foro da cui solitamente sbuca la rotula per permettere il movimento naturale, un rivestimento interno di pelliccia. Non male, ho pensato, ti metti una ginocchiera e tieni al caldo tutta la zona grazie al pelo.


Poi ho avuto un flash, come nei film un serie di immagini a tutta velocità da contorni sfuocati: conigli gioiosi intenti a zompettare, scoiattoli birbanti, occasionali cagnolini col pelo appena spuntato.


Forse mi sono lasciato suggestionare, ma mi è pure sembrato che i venditori di animali, ora riciclatisi spacciatori di ginocchiere, fossere meglio pasciuti che in passato.


E quando ho sentito di striscio la signora che vende paccottiglia etnica dire che i suoi fermacapelli sono di vera tartaruga, sono stato tentato di crederle.

martedì 16 novembre 2010

Un'altra Olimpiade. Quella Asiatica.

A Guangzhou, nota anche come Canton, sono iniziati lo scorso 12 novembre i Giochi Asiatici, le Olimpiadi speciali del continente ad oriente (nostro, chiaramente) giunte alla loro sedicesima edizione. Non sorprende che un continente che ospita circa il 60% della popolaizone mondiale abbia le proprie Olimpiadi speciali, in particolare se tale continente ospita paesi dominanti o che domineranno il futuro. Non sorprende nemmeno che la Cina faccia manbassa di medaglie, ponendosi dopo alcuni giorni al primo posto nel medagliere, cosa di cui nessuno dubitava minimamente, tanto che la vera sfida sembra piuttosto quella per il secondo posto, per il quale sgomitano Corea del Sud e Giappone. Per le altre nazioni, briciole o poco più. Morale della favola: se alle Olimpiadi normali vieni frustrato dall' "occidente" che cede il passo nell'economia ma si tiene stretto lo sport, in quelle tue continentali vieni frustrato dai tuoi vicini del nord-est.



E' un'Olimpiade a tutti gli effetti, con incredibile cerimonia di inaugurazione, mascotte, rituali e crismi perfettamente rispettati. L'unica differenza con la sorella maggiore globale sta in alcune discipline, che compaiono solo in questa versione asiatica: non stupisce la presenza di sport tradizionali o comunque molto diffusi, come il Wushu (le arti marziali cinesi) o il Cricket (la vera fede sportiva del subcontinente indiano). Poi abbiamo il Kabaddi, che non riesco a capire come funzioni, ma mi sembra una mutazione asiatica di "strega comanda colore" (http://www.gz2010.cn/08/0821/19/4JT4BR9G0078007E.html), la gara della Barche Drago, la sezione "scacchi" che comprende quelli classici per noi con re e regina e altri due giochi asiatici di tessere chiamati Weiqi e Xiangqi. Ci sono poi il Golf, il Bowling, il Biliardo (tutti chiaramente non tipicamente asiatici, ma che raccontano una globalizzazione di sport a suo modo inedita) e la categoria a mio parere più bella: Dance Sport. Ossia, ballare Tango, Valzer, e molti altri stili sudamericani o classici europei. E qui si rimane stupefatti, perchè per la mia piccola esperienza gli asiatici non sono esattamente sciolti nel ballo; ed invece eccoli che ti smentiscono a passo di Chachacha od eseguendo un Tango degno della miglior Buenos Aires.

giovedì 4 novembre 2010

A passeggio a Xicheng

Quando l'inverno pechinese si affaccia al tracciato delle vecchie mura cittadine sostituite, in tempi passati di distruzioni simboliche e necessità pragmatiche, dall'attuale tangenziale nota come Secondo anello, è meglio sfruttare al meglio ogni residuo di bel tempo e di temperature vivibili. Lo scorso sabato quindi, complice un sole troppo invitante per stare in casa, ho deciso di concedermi una passeggiata vecchia maniera in qualche zona dove non ero mai stato. Tirando più o meno a caso mi sono diretto verso il Xichengqu (西城区 traduzione dozzinale: Distretto della città occidentale. Io vivo nel 东城区 Distretto della città orientale, quindi sono andato tra i nemici di un eventuale derby giocato a colpi di a dama cinese in un vicolo polveroso). Guidato più dal caso che da un serio piano di esplorazione urbana, ho percorso in direzione nord-sud l'asse viario di Xinjiekou, mentre alla mia destra scorrevano prima negozi di strumentali musicali, con l'occasionale suonatore improvvisato fuori dal negozio a dimostrare ai passanti la bontà degli strumenti in vendita all'interno; poi un'infinita serie di negozi di ferramenta, dal grande magazzino alla mini rivendita, passando per il vecchio negozio con gli scaffali in vetrina pieni di polvere e seghe. Ora so dove andare la prossima volta che il rubinetto del bagno sgocciola. Ossia dall'idraulico sotto casa.


Stanco di tubi di ghisa e tamburi, alla prima occasione ho bruscamente virato a sinistra, infilandomi casualmente in un hutong e percorrendolo per tutta la sua lunghezza in direzione ovest, avvicinandomi dunque sensibilmente all'Europa. Niente di speciale, quando sono arrivato alla fine ero quasi deluso, nessuna scena popolare, nessun incontro da ricordare, nessuna immagine iconica. Allora arrogante ho deciso di percorrere l'hutong successivo nella direzione opposta, forse l'avvicinarmi all'Europa non era stata una buona scelta. Quindi sono tornato ad oriente per un altro vicolo. Dopo un centinaio di metri da una vetrina davanti a me esce una ragazza in minigonna e canottiera per buttare via la spazzatura. Mi si accende una lampadina, e l'insegna sulla vetrina mi conferma nell'idea: parrucchiere speciale. La ragazza mi vede, mi ammicca, e quasi sussurrando mi dice “Massaggio?Massaggio?” e mima il gesto con le mani. Io sorrido tra il cortese e l'imbarazzato, vado dritto sentendo viva la delusione della ragazza per un cliente perso, e dopo pochi passi sento alla mia destra bussare. Ancora prima di girarmi so cosa vedrò: da dentro una vetrina di parrucchiere una ragazza, ben truccata e vestita da seduzione, mi fa cenno con la mano e mi invita ad entrare. Passo oltre, ma la scena si ripeterà ancora alcune volte. Questi parrucchieri “speciali” sono piuttosto normali a Beijing, ma resta comunque strano trovarli nelle zone centrali. Non se ne vedono più nelle zone battute dai turisti (quelli preferiscono andare, nel caso, nei centri massaggi veri e propri) ma appaiono ancora nei vicoli fuori mano, dove la polvere alzata dal vento che si infila nelle strette vie cala come un sipario sulla vita della pancia di Beijing. Ho passeggiato oltre, tornando verso occidente lungo l'ennesimo hutong, oltrepassando piccoli centri ricreativi dove gli anziani si trovano a giocare a domino o qualche altro gioco tradizionale cinese, e senza accorgermene sono arrivato alle spalle del Tempio della Pagoda Bianca (白塔寺 Baitasi). Splendida, la grande Pagoda Bianca che torreggia sui vicoli tutt'intorno, con le sue bandierine di preghiera buddhiste lasciate in balia del vento. Un gioiello che fa ombra alle case basse del vicinato, e sulla quale fanno oramai ombra i grattacieli di vetro della Financial Street che inizia subito a sud del Tempio. Così dopo la musica, il vizio, la preghiera ed i soldi sono potuto serenamente discendere nei meandri della metropolitana e tornare a casa soddisfatto.

sabato 9 ottobre 2010

Premio Nobel per la Pace a Liu Xiaobo

Nobel per la pace 2010 assegnato al dissidente cinese Liu Xiaobo, uno dei protagonisti del movimento studentesco del 1989 e della tragedia di Tian'anmen, da almeno 20 anni si batte per ottenere quei diritti umani essenziali, quelle libertà civili che Beijing dovrebbe oramai affiancare alle libertà economiche ed al riscoperto benessere (e se non benessere, almeno miglior livello di vita) di sempre più larghi strati della popolazione. E' in carcere dal 2008, dopo aver firmato insieme ad altri intellettuali e promotori dei diritti umani il documento Charta 08, in cui si chiedeva al governo cinese di tracciare una sorta di road map molto graduale per inserire nella società civile quelle libertà di espressione, coscienza, religione che ancora latitano.


Un'assegnazione molto significativa, bella e pericolosa. Idealista ma forse anche politica. Secondo il suo avvocato difensore, questo premio "incoreggerà sicuramente la società civile in Cina e la lotta per i diritti umani". Forse, ma di certo non tirerà fuori Liu dalla prigione, o almeno non credo. Magari verrò smentito. Mi ricorda quando nel 2008, poco prima delle Olimpiadi, tutto l'Occidente urlò e si strappò la camicia la il Tibet e per i diritti umani in Cina. In TIbet non è cambiata una virgola, ed i diritti umani in CIna sono dove erano prima. Però a quei tempi governi e cittadini del mondo si sentivano bene con loro stessi, avevano lottato per la democrazia in Cina. In compenso i dissidenti qui pagavano le conseguenze di un restringimento delle loro libertà come conseguenza proprio di battaglie finalizzate ad allargarle.



Un piccolo appunto: sembra che l'assegnazione del premio Nobel a Liu abbia causato un'improvvisa stretta della censura su internet e sui social network. Non è proprio così: Facebook, Youtube e compagnia sono bloccati da molto tempo, e sono comunque raggiungibili grazie a software appositi. Che se li conosciamo noi stranieri, li conoscono sicuramente anche i cinesi. Peccato che negli enormi internet point gli utenti non se ne preoccupino: sono troppo presi a giocare on-line o ad immaginarsi altri mondi virtuali per occuparsi di diritti umani. Ma nonostante questo qualcosa in Cina si muove, la società civile si trasforma, magari lentamente ma non è monolitica. Qualcosa è cambiato e cambia ancora, dalle associazioni per la protezione ambientale all'assistenza legale in casi controversi di abusi legali. Resta da vedere se l'assegnazione del nobelsarà uno stimolo, o più pericolosamente un ostacolo.


Infine Obama, che urla "Liberatelo!". A lui i cinesi potrebbero rispondere "E tu smobilita Guantanamo". Ma non lo faranno, non almeno ufficialmente. Tra l'altro, sono settimane che da Europa e Usa si sono levati cori di richiesta alla Cina affinchè si decida a rivalutare lo yuan, accusato di essere mantenuto artificialmente debole per poter facilitare le esportazioni. Gli Stati Uniti in particolare starebbero già decidendo di attuare dazi sulle importazioni di prodotti cinesi come contromossa all'uso politico della moneta cinese.


Quindi forse quello di Obama è stato un lapsus, in verità voleva dire "Rivalutatelo!"